Velia

LE PROVE LETTERARIE, I FIGLI, IL FRATELLO TITTA RUFFO

Velia Titta e Giacomo Matteotti si sposano a Roma, in Campidoglio, l’8 gennaio del 1916. I due giovani – lei aveva 22 anni, lui 27 – si erano incontrati nell’estate del 1912, in vacanza all’Abetone sull’appennino toscano, ed era nata tra loro un’intesa profonda, presto divenuta una storia d’amore intensa, contrastata, tragica nel suo epilogo. 

Il matrimonio con il giovane esponente socialista, al quale lega da subito il suo destino, e le drammatiche vicende di cui saranno attori e testimoni – dalla Prima guerra mondiale all’ascesa del fascismo – hanno consegnato alla storia l’immagine di una Velia “vedova del Martire”. Ma lei è stata molto di più. Coscienza inquieta del suo tempo, è una donna nella quale una solida fede cristiana si accompagna a una vibrante sensibilità artistica: amante delle arti e della musica, mostra sin da adolescente una forte vocazione letteraria. Nonostante le difficoltà che ha dovuto affrontare non ha mai fatto mancare a Giacomo il suo appassionato sostegno morale.


1. La famiglia, l’adolescenza e gli studi. Le prime prove letterarie

Velia nasce a Pisa (secondo alcune fonti a Roma, da dove la famiglia si trasferisce a fine Ottocento) il 12 gennaio del 1890; all’anagrafe è registrata come Velia Italia Cherubina Maria, ultima dei figli Titta il primo dei quali, Ettore (1875-1956), ha una istruzione elementare e potrà poi, dall’età di 15 anni, proseguire gli studi al Conservatorio di Santa Cecilia. Gli altri fratelli – Ruffo Cafiero (1877-1953), Fosca (1879-1957), Nella (1884-1954) e Settima (1886-1972) – sembravano destinati al lavoro manuale e a modeste condizioni sociali. Nelle sue memorie il fratello Ruffo si presenta ai lettori ricordando che non ha compiuto alcuno studio perché solo negli anni, grazie al successo conseguito con il suo straordinario talento canoro, si sarebbe fatta una cultura, sia pure da autodidatta.

Del padre Oreste, valente fabbro e direttore di officine per la lavorazione del ferro a Firenze e poi a Roma (foto 3.1.1, 3.1.2), si sa che era di carattere deciso e volitivo, con tratti di violenta ruvidità, e che coltivava simpatie anarchiche e socialiste. I suoi rapporti con la moglie Amabile, donna assai pia di origini spagnole, sono difficili e controversi finché, nel 1900, Oreste lascia la famiglia per andare a vivere con un’altra donna. 

Il trauma dell’abbandono segna l’esistenza nella piccola Velia, destinata a perdere anche la madre nel 1904, a 14 anni.

Il crescente successo di Ruffo, che col nome d’arte Titta Ruffo diviene presto il più celebre e acclamato basso-baritono dell’epoca, richiesto e acclamato nei teatri d’opera di tutto il mondo, assicura il benessere alla famiglia e consente a Velia, per la quale il fratello maggiore sarà come un padre affettuoso, di coltivare gli studi e di diplomarsi con profitto alla Scuola Normale Femminile di Pisa nel 1910. 

Fin da giovanissima Velia manifesta una personalità spiccata e autonoma, rivolta ai grandi temi spirituali del suo tempo approfonditi attraverso le letture di autori italiani e stranieri, delle quali si trova ampia traccia nella sua precoce opera letteraria, oltre che nella corrispondenza con Giacomo e con la cognata Lea Fontata, moglie di Ruffo.

È una lettrice vorace, curiosa, poliglotta: oltre al francese, bagaglio irrinunciabile della fanciulla di buona educazione del tempo, conosce l’inglese che si diverte a italianizzare (ho forghettato, ti kisso) nella corrispondenza con Giacomo, il suo Giacki.

Ha appena 18 anni (3.1.3, 3.1.4, 3.1.5) quando dà alle stampe le poesie raccolte in Primi canti (3.1.6) seguite da È l’alba (3.1.7), due pubblicazioni uscite entrambe a Pisa nel 1908. Si tratta prevalentemente di poesie d’occasione, dedicate agli affetti familiari (3.1.8, 3.1.9) e accompagnate da descrizioni paesaggistiche e confessioni autobiografiche. Le composizioni sono in strutture chiuse di tradizione romantica e di forte eco pascoliana, con suggestioni dannunziane. Non manca, in quelle prime ma già felici prove, il riaffiorare anche di ricordi carducciani.

Negli anni successivi lascerà la poesia per la prosa. Intanto, dopo il diploma vive prevalentemente a Roma insieme al fratello Ruffo e alla cognata Lea, nella bella villa di Pietro Mascagni al n. 21 Via Po − poi distrutta per far posto a nuove costruzioni − che la famiglia ha preso in affitto. Ruffo sta intanto facendo costruire la villa con giardino ai Monti Parioli che di lì a poco accoglierà l’intera famiglia.  

I rapporti della giovane con il fratello e la cognata sono intensi e affettuosi. Ruffo e Lea chiameranno Velia la figlia primogenita. Trascorrono spesso insieme anche le vacanze, comprese quelle dell’estate del 1912 all’Abetone, sull’appennino pistoiese, dove avverrà l’incontro con Giacomo. Velia, d’altro canto, è particolarmente vicina ai nipoti (Velia e Titta Ruffo Jr. che diverrà il biografo del padre) e se ne prende cura quando i genitori sono in giro per il mondo per lunghe tournée. In quegli anni (3.1.10, 3.1.11, 3.1.12, 3.1.13) Velia continua a coltivare i suoi interessi culturali ed è spesso a Milano dove le sorelle, grazie anche all’acquisita nuova posizione sociale, frequentano la migliore società e incontrano personaggi di rilievo. Nella sposa il brillante giornalista del «Corriere della Sera» Casimiro Wronowski; Fosca e Settima vanno a nozze con due facoltosi fratelli di nazionalità boema, gli imprenditori Emerich (Emerico) e Guglielmo (Mino) Steiner.


2. L’incontro con Giacomo e il matrimonio

Velia è una scrittrice e affida i suoi sentimenti alla scrittura. Nell’estate del 1912 scrive pagine diaristiche dal titolo Veglie di Boscolungo, che non vedranno mai la stampa, della cui esistenza sappiamo dalle lettere a Giacomo dell’autunno successivo. Il titolo è rivelatore di un evento destinato a cambiare la vita di Velia non meno di quella di Giacomo. Il loro incontro avviene infatti proprio a Boscolungo, nei pressi dell’Abetone, nel cuore di quell’estate: lei ha 22 anni, lui 27 (foto 3.2.1, 3.2.2) e l’amore nasce immediato, pur nella consapevolezza della differente formazione e di diversi percorsi di vita, che saranno tuttavia destinati a intrecciarsi indissolubilmente.

Le testimonianze fotografiche del tempo evocano momenti di spensieratezza e di vita in comitiva in una località turistica già allora assai alla moda, dove possedeva una villa anche Giacomo Puccini. (3.2.3, 3.2.4, 3.2.5, 3.2.5.1, 3.2.6, 3.2.7, 3.2.8, 3.2.9).

In quell’agosto del 1912 Giacomo, grande amante della montagna, proseguirà le ferie in Valle d’Aosta. I due giovani iniziano tuttavia una fitta corrispondenza che darà luogo, nei 12 anni che li vedranno indissolubilmente legati, a un corposo epistolario (sono giunte a noi oltre duecento lettere di Velia a Giacomo e più di quattrocento indirizzate da lui a lei), di grande intensità emotiva e finezza letteraria. Le vicende personali e gli eventi che si vanno preparando, dalla Grande Guerra all’avvento del fascismo, faranno sì che i due vivano insieme, in realtà, assai poco tempo. Costretti alla lontananza, si scrivono però assiduamente. Le loro lettere hanno un carattere prevalentemente intimo, personale, ma storia e politica sono sempre sullo sfondo e si intrecciano con il loro destino. 

Già ai primi di settembre Velia scrive al Dottor Giacomo (si daranno del “lei” per un anno): «le manderò un giorno il frutto di tutta la mia passione minuto per minuto da quando partì da Boscolungo fino ad ora […] c’è dentro tutto ciò che ho sentito e sofferto per lei, dal giorno che mi sono accorta di amarlo […] le più segrete ed intime sensazioni che passano e vivono in me, e non c’è in esse pensiero, palpito che non sia strettamente legato a lei in modo che solo a vedermele accanto, che a toccarle, mi pare di accarezzare il suo viso, di baciare la sua fronte».

E ancora: «…è vero sì che posso amare interamente completamente senza che alcuna parte dell’anima mia si sottragga a questo amore che io sento che sarà unico e profondo, a cui dedicherò tutto il più bello e il più passionale dell’anima mia…»  (da Milano, 13.9.1912).

Mentre inizia un percorso di reciproca conoscenza che cementa il rapporto amoroso, prendono entrambi consapevolezza anche di quanto li separa in termini di sensibilità, di valori, di visione del mondo. Velia comprende quanto forte sia la passione politica dell’uomo che ama e di quanto ciò possa condizionare il loro rapporto. Così scrive a Giacomo nel luglio del 1913: «non ti invito a rompere tutto quello che ha formato la tua vita fin’ora […] voglio che tu debba sentire in me tutto il conforto di ciò che arresta e abbatte spesse volte nella vita che ognuno si sceglie […] una vita di solo amore, non potrebbe mai bastare a un uomo come te».

Mentre prosegue il fitto carteggio, intervallato da qualche breve incontro, i due maturano la decisione di sposarsi. Il matrimonio si celebra a Roma l’8 gennaio del 1916 e la vigilia è alquanto turbolenta; Velia avrebbe desiderato il rito religioso, Giacomo si sottrae. Si sfiora una rottura ma alla fine lei cede, e nella notte scrive al futuro marito: «No, no vieni, saremo felici lo stesso, tu continuerai la tua vita, e io non posso in questo giorno mentire e dirti cosa non vera o nascondendo il mio cuore. Sarò religiosa lo stesso, ci vorremo bene lo stesso, vivendo uniti in qualsiasi lotta […] Sii tranquillo, nulla potrebbe separarmi mai da te». Le nozze avvengono dunque in Campidoglio (3.2.10, 3.2.11), e nel pomeriggio gli sposi tengono un rinfresco a Villa Ruffo (3.2.12). La coppia parte quindi per un viaggio di nozze a Firenze (3.2.13): sarà breve per i pressanti impegni politici di Giacomo, che si sta imponendo come il leader socialista del suo Polesine. A Fratta intanto, casa Matteotti viene ampiamente ristrutturata e nuovamente ammobiliata per accogliere gli sposi (3.2.14). La guerra che devasta l’Europa e nella quale l’Italia è impegnata dal maggio dell’anno precedente, sembra lontana. Giacomo è dispensato dal servizio militare sia perché figlio unico di madre vedova (Matteo è morto nel 1909, Silvio nel 1910), sia in quanto affetto da etisia; nell’estate del 1915 un fortissimo attacco di tisi ha fatto temere per la sua vita. Tuttavia, a causa dell’intransigente impegno contro la guerra e del suo radicale antimilitarismo, nell’estate del 1916 Giacomo viene prima denunciato e poi arruolato forzosamente e destinato a un battaglione di artiglieria in Sicilia, in una sorta di confino che si protrarrà per tre anni. Velia presto lo raggiunge: vive per lunghi periodi in albergo a Messina, in una città in parte ancora in ricostruzione dopo il terribile terremoto del 1908 (3.2.15). I due si vedono soltanto la domenica e tuttavia quei tre anni, per molti versi difficili, resteranno come uno dei periodi più sereni vissuti insieme.


3. I figli: Giancarlo, Matteo e Isabella. L’idolatra. La fine

Durante la permanenza in Sicilia Velia aiuta e sostiene Giacomo, che approfitta del forzato allontanamento dalla politica per riprendere, nelle more del servizio militare, i suoi studi giuridici. I due condividono anche letture e scambi di opinione sugli eventi culturali del tempo. Hanno costruito, sia pure limitatamente agli incontri domenicali, una loro dimensione di coppia. Nell’autunno del 1917 Velia scopre di essere incinta.

Dopo una gravidanza alquanto difficile, assistita dall’illustre ginecologo Ernesto Pestalozza, Velia dà alla luce a Roma il primogenito Giancarlo. Emerico, il marito di Fosca, non esita a definire il neonato «tanto tanto bellino» e «robusto» (foto 3.3.1). È il 19 maggio del 1918; il piccolo, affettuosamente soprannominato “Strombolicchio” durante la gestazione, si chiama Gian Carlo Spinello Stefano, ma sarà subito Chicco per i parenti e per gli amici. Del resto, la passione per soprannomi e vezzeggiativi è di famiglia: Giacomo e Velia si chiamano fra loro, affettuosamente, Giaki e Chini; i bimbi che verranno, Matteo e Isabella, saranno per tutti Bughi e Cialda

Velia è molto provata dal parto e nell’autunno sarà anche colpita, fortunatamente in forma relativamente lieve, dalla febbre spagnola, la terribile pandemia che farà milioni di vittime in tutto il mondo.

La fine della guerra e il definitivo congedo di Giacomo inaugurano una nuova stagione che sembra promettere una serenità ancora sconosciuta. A conferma di questo ritrovato stato di grazia Velia torna a scrivere e nel 1919, anno nel quale il marito è eletto per la prima volta in Parlamento, è impegnata nella stesura del romanzo che sarà la sua opera letteraria più significativa. Si intitola L’idolatra e sarà pubblicato, l’anno successivo, a Milano da Treves, suscitando un certo interesse. È la storia dell’amore infelice tra Dani (Daniele) e Lela (Raffaella), la giovane protagonista senza famiglia nella quale non è difficile scorgere qualche tratto autobiografico. Dopo una forzata separazione i due si ritrovano e scoprono di condividere un amore a lungo inconfessato, al quale giovane tuttavia rinuncia a causa dei sentimenti che ancora la legano al suo ambiente. Dani partirà senza di lei e Lela, «disperata, vede inaridire la propria vita in una desolazione che presto la porta alla morte”. Negli ultimi tempi Dani diviene per la sventurata protagonista una figura ossessiva, perennemente al centro dei suoi pensieri «come un idolo», dal che il titolo. Romanzo intimista e di impronta sentimentale, dalla prosa misurata ed elegante, L’idolatra restituisce anche, con una vena di impressionismo pittorico, scorci di una Pisa evanescente e malinconica (3.3.2, 3.3.3).

Il sogno di un ritorno alla normalità vagheggiato nel dopoguerra si rivela un’illusione. Giacomo presto accompagna all’azione parlamentare la militanza antifascista, che svolge nei paesi del suo collegio e nelle piazze di Rovigo e di Ferrara. Viene più volte minacciato e aggredito. Il 12 marzo del 1921, a Castel Guglielmo, viene sequestrato, oltraggiato e minacciato di morte da squadristi polesani che lo bandiscono dalla sua terra. Velia, turbata, gli scrive: «Mi è difficile persuadermi che arrivato a questo punto non ti è ammessa alcuna viltà, anche se questo dovesse costare la vita».

Poco prima, il 17 febbraio del 1921, era nato a Roma il secondogenito Gianmatteo, noto come Matteo e per gli intimi Bughi. L’anno successivo, il 7 agosto, nasce a Varazze la terzogenita Isabella, detta Cialda (3.3.4, 3.3.5).

Intanto, gli eventi politici tengono Giacomo lontano dalla famiglia. Al distacco contribuisce la difficoltà di trovare casa a Roma: solo alla fine del 1922 i Matteotti si trasferiscono nel bell’appartamento di Via Pisanelli 40, al quartiere Flaminio, dal quale il giovane segretario del PSU uscirà il pomeriggio del 10 giugno del 1924 per andare incontro ai sicari fascisti. 

Velia e i bambini trascorrono lunghi periodi in Liguria, raccomandata a Velia da Fosca, che frequenta abitualmente la Riviera. Chini soggiornerà nelle estati tra il 1920 e il ’22 a Varazze (3.3.6, 3.3.7, 3.3.8, 3.3.9, 3.3.10, 3.3.11).  Anche lì, tuttavia, la famiglia è colpita dall’intimidazione fascista. Nell’agosto del 1922 Velia scrive a Giacomo, affranta per la recente gravidanza e avvilita dall’ostilità dell’ambiente: «contavo sull’aiuto tuo, tanto per venire via di qui, come per altre cose, ma sono venuti in casa a dirci che se ritorni, non garantiscono neanche delle famiglie più. Non so altro perché fuori non vado, insultano sulla strada come fossimo la peggiore gente da spregio». Anna Kuliscioff, poche settimane più tardi, riferisce a Turati di almeno due tentativi di «invadere la sua casa». L’anno successivo la famiglia passerà l’ultima estate unita in Abruzzo, a Roccaraso (3.3.12).

Nel maggio del 1924 Velia è a Milano e da lì scrive a Giacomo, con trasporto di madre e di sposa: «Scrivimi due righe, che state tutti bene e che non vi duole che stia lontana questi giorni; bacia i piccoli e dammi notizie, un bacio a te proprio d’amore». È l’ultima lettera del loro vibrante epistolario: poche settimane più tardi Giacomo, a 39 anni, morirà per mano fascista. L’assassinio consumato il 10 giugno del 1924 cambia la storia d’Italia e segna la fine di una comunione d’amore durata dodici anni. Per Velia si apre l’ultima, dolente stagione della vita (3.3.13, 3.3.14, 3.3.15, 3.3.16, 3.3.17, 3.3.18, 3.3.19, 3.3.20, 3.3.21, 3.3.22).

La attende un periodo tragico, che inizia con l’estenuante attesa dopo la scomparsa del marito, tramutata presto in una tragica certezza. Seguiranno l’incontro con Mussolini, segnato dalla menzogna; il trauma del rinvenimento del cadavere, il 16 agosto alla Macchia della Quartarella; il funerale del 21 agosto a Fratta Polesine; lo strazio del processo farsa di Chieti dove, assistita da Menè Modigliani, rinuncerà a costituirsi parte civile. 

Gli anni, non molti in verità, che Velia ha davanti sono segnati dal rimpianto, incupiti dalla solitudine e spesso resi ancor più amari da un clima di ostilità e di sospetto (3.3.23, 3.3.24). La sua vita già «appartata e straziata» si fa ancora più difficile con le “leggi eccezionali” del 1926. L’intera famiglia è soggetta a strettissima vigilanza: chiunque visiti Velia viene fermato e interrogato, i figli sono seguiti per strada da agenti, tutta la corrispondenza è controllata nel timore che la vedova di Matteotti coltivi contatti con esponenti dell’antifascismo o mediti l’espatrio. Il capo della polizia Arturo Bocchini in persona impartisce disposizioni per rendere «assolutamente impossibile qualsiasi tentativo di espatrio». Quando, nel 1931, dopo la scomparsa della suocera Isabella, i fratelli Rosselli le rinnovano l’invito a raggiungerli a Parigi Velia è ormai molto prostrata. È anche in grandi difficoltà economiche dopo che i fittavoli fascisti della tenuta della famiglia hanno incendiato e devastato la proprietà (3.3.25, 3.3.26, 3.3.27, 3.3.28, 3.3.29, 3.3.30).

Il clima di pesante condizionamento non è soltanto esterno: il regime fascista infiltra in casa Matteotti un suo informatore, che gode della stima di Velia: è Domenico De Ritis, già conoscente di Giacomo, poi passato al servizio dell’Ovra. Velia in quegli anni, annota il figlio maggiore, è ormai «caduta in un profondo stato di prostrazione», acuito dall’aggravarsi delle condizioni di una salute già precaria.
Velia Titta vedova Matteotti muore a 48 anni, il 5 giugno del 1938, in una clinica romana dove era stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico. Per il regime è ancora nel novero dei sovversivi e rigorose misure di polizia l’accompagnano anche in occasione dei funerali, celebrati a Fratta Polesine in forma strettamente privata: viene impedito di seguire il feretro, la chiesa è sgomberata, si vieta di rendere omaggio alla salma (3.3.31, 3.3.32).


4. Titta Ruffo

Ruffo Cafiero Titta (noto come Titta Ruffo) nasce il 9 giugno del 1877 a Pisa; la famiglia segue il padre Oreste a Roma, dove sarà a capo di una grande officina che fabbricava cancelli e balaustre (foto 3.4.1).

L’adolescente Ruffo apprende il lavoro di fabbro e cesellatore dal padre, ma i frequenti diverbi con lui spingeranno il ragazzo ad allontanarsi da casa; finirà a lavorare in un’officina ad Albano.

Ma il suo destino è il canto in cui si imbatta per caso, quando il fratello Ettore, studente di musica, lo invita ad assistere alla rappresentazione di Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, al Teatro Costanzi di Roma. Cantano Gemma Bellincioni, soprano e Roberto Stagno, tenore, artisti che segnano uno spartiacque fra la stagione del melodramma di ispirazione romantica e quella verista.  Per Ruffo è  una folgorazione; mentre torna a casa si mette a intonare, a memoria, alcuni dei brani che ha ascoltato, stupendo i passanti.

Decide allora di studiare canto e si iscrive a 18 anni al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma; nel 1897 si trasferisce a Milano continuando a studiare canto con il maestro pisano Lelio Casini. Nel 1898 l’impresario Rodolfo Bolcioni, che ha udito la voce di Ruffo in Un ballo in maschera al teatro Alhambra, lo scrittura per il ruolo di Araldo nel Lohenigrin, che va in scena al Teatro Costanzi di Roma; è il 9 aprile 1898. Dopo il suo debutto e i primi successi riscossi nei teatri italiani, Titta calca le scene dei principali teatri di tutto il mondo, ininterrottamente per 34 anni, applaudito e osannato per la voce e per una capacità interpretativa divenute leggenda nel mondo dell’opera lirica (3.4.2, 3.4.3, 3.4.4, 3.4.5, 3.4.6, 3.4.7, 3.4.8).

Accanto alle rappresentazioni teatrali Titta Ruffo non ha mai abbandonato l’attività discografica: inizia nel 1905 incidendo per Pathé e, compresa subito l’importanza del nuovo supporto tecnologico, l’anno seguente firma un ricco contratto per registrare una serie di dischi 78 giri, destinati ad un grande successo, con Grammophone Company; un lavoro che lo impegnerà per anni.

La vita artistica di Titta Ruffo si svolge quasi ininterrottamente nelle Americhe dal 1900; quando lo raggiunge la notizia del rapimento del cognato Giacomo, nel giugno del 1924, è nella capitale colombiana Bogotà. Il terribile evento segna un drastico mutamento sia nella vita sia nella carriera di Titta Ruffo (3.4.9).

Da allora non vuole più cantare in Italia, ma anche oltreconfine il regime esercita forti pressioni nei teatri ostracizzando l’artista. Lontano dal palcoscenico, trascorre anni di esilio prima a Parigi e poi a Nizza. Il 16 ottobre del 1937, dopo aver pubblicato l’autobiografia La mia parabola, viene in visita ai familiari a Roma; i fascisti gli ritirano il passaporto e lo conducono alla prigione di Regina Coeli come elemento sovversivo. È scarcerato dopo soli tre giorni perché la notizia desta un tale clamore, specialmente sulla stampa straniera, che le autorità fasciste sono costrette a rilasciarlo; ma il passaporto non gli viene restituito. Si stabilisce prima a Bordighera e poi a Firenze dove nel dopoguerra riprende la militanza politica democratica; muore il 5 luglio 1953. Per sua espressa volontà riposa al Cimitero monumentale di Milano. A Roma Villa Titta Ruffo, uno dei migliori progetti di architettura eclettica  dell’ingegner Giovanni Sleiter, realizzata dall’impresa edile di Zeffiro Rossellini, svetta ancora alla sommità dei Monti Parioli (3.4.10, 3.4.11, 3.4.12, 3.4.13, 3.4.14).

Il barbiere di Siviglia – Largo al factorum elaborato 76giri

Rigoletto – Cortigiani, vil razza!