Tra Otto e Novecento

Per comprendere la figura di Giacomo Matteotti si deve partire dal legame profondo che ha avuto con la sua terra: il Polesine. Protagonista nello scenario politico nazionale e internazionale, Matteotti – cittadino del mondo – resta sempre solidamente legato alle sue radici e alla sua formazione, umana e politica, accanto ai miseri contadini della provincia di Rovigo.


1. Il Polesine nelle testimonianze di Jessie White Mario ed Emilio Morpurgo

Nel 1872, ad appena undici anni dall’unità d’Italia, la scrittrice e giornalista inglese Jessie White Mario, tra le più importanti documentariste del Risorgimento e sostenitrice della causa dell’Unità italiana («Miss Uragano» l’aveva chiamata Giuseppe Mazzini), visita il Polesine (foto 1.1.1, 1.1.2, 1.1.3, 1.1.4, 1.1.5, 1.1.6) dopo l’esondazione del Po che aveva travolto gli argini nel ferrarese, inondando migliaia e migliaia di ettari. Così riporta in una delle sue prime grandi «inchieste sociali»:

«Quale miseria permanente, assoluta, sopportata con una pazienza che sapeva della disperata pace, pazienza di gente che nulla sperava da alcuno sulla terra! E fui testimone oculare del fatto che i carabinieri e gli ingegneri stessi dovettero portare via per forza famiglie dalle case pericolanti, le donne dicendo: “Meglio morire annegati tutti insieme, che morire a uno a uno di fame, di stenti, o di tifo”».

In seguito, la White (1.1.7) si occuperà ancora e attivamente delle lotte contadine nel Polesine, in particolare durante i drammatici eventi legati alla rivolta de La boje. In quegli stessi anni, oltre a manifestare la sua solidarietà ai contadini polesani per le condizioni disumane nelle quali si trovavano a vivere, sostiene anche il «medico dei poveri e dei diseredati» Nicola Badaloni, arrestato durante i disordini, e lo incoraggia a candidarsi nelle elezioni che, due anni dopo, lo porteranno in Parlamento a sostenere la causa della sua terra d’elezione. Torna a trattare la questione sociale nel Polesine alla fine degli anni Ottanta in relazione a un tema all’epoca dibattuto e oggetto di un serrato confronto politico: la questione dell’infanzia abbandonata, che era esponenzialmente cresciuta in quegli anni nelle aree dove più forte era il degrado economico e sociale.

Dopo aver denunciato lo stato miserevole in cui versavano i brefotrofi nelle principali città del Nord e aver perorato la causa della chiusura delle “ruote”, che costituivano un incentivo all’abbandono dei neonati, stigmatizzava gli abusi legati a «opere di carità malintese», che producevano un altissimo tasso di mortalità nell’infanzia abbandonata: un vero e proprio, scrive, “infanticidio legale”. A confronto, la White cita l’esempio della «piccola, patriottica» provincia di Rovigo che aveva sostenuto “la causa dell’infanzia abbandonata in genere e dei figli illegittimi in ispecie”. Già nel 1876 Rovigo aveva chiuso la ruota e deciso di abolire il suo brefotrofio affidando l’infanzia abbandonata alla beneficenza pubblica.

Un’ulteriore conferma della situazione miserevole nella quale versano le terre del Polesine e i suoi contadini viene dalla relazione redatta dal parlamentare a Emilio Morpurgo nel 1882, a ridosso della grande alluvione dell’Adige e due anni prima dell’esplosione dei moti de «la boje»:

«Le case non sono fornite di cessi in tutta la provincia […] Anche quando la stamberga non è presso a crollare, o non merita il nome di pagliaio, esposto ugualmente ai geli del verno, e alle arsure estive, finestre non possono dirsi tali e la nuda terra tiene luogo del pavimento. Nove volte su dieci i disgraziati abitatori si pigiano in questo tristissimo nido l’uno accanto all’altro, senza riguardo di sesso e senza distinzione di età […]» (1.1.8, 1.1.9).

Rettore dell’Università di Padova e sostenitore della necessità di un intervento dello Stato nelle campagne, già pochi anni prima, in un opuscolo stampato a Padova, aveva descritto i tuguri dei contadini:

«Nel Veneto vi sono interi paeselli composti di casupole, fabbricate con canne spalmate di loto e coperte di paglia, frammezzo le paludi e le risaie, dove una sola stanza serve a tutti i bisogni di una famiglia. Queste case sarebbero meglio adatte per covo di belve, che per dimora dell’uomo».


2. Il riscatto del Polesine e le Leghe contadine. Nicola Badaloni

Per restituirci le condizioni in cui versavano il Polesine e i suoi contadini a fine Ottocento (foto 1.2.1, 1.2.2, 1.2.3, 1.2.4) sono illuminanti le parole di Nicola Badaloni (1.2.5), deputato del Regno d’Italia per l’estrema sinistra e quindi senatore. Oltre che nei suoi numerosi scritti, Badaloni ha tramandato la sua esperienza politica e civile e la sua conoscenza del Polesine attraverso una intervista raccolta da Adolfo Rossi, giornalista, scrittore e diplomatico italiano, il 9 giugno del 1901 a Trecenta, dove l’“onorevole”, di carattere mite e dai costumi semplici come viene descritto, esercitava con dedizione l’attività di medico condotto. 

Le sue parole tratteggiano un ritratto drammatico, tuttavia fiducioso nella promessa di un futuro migliore e costruito su una solidarietà sociale che, grazie alle organizzazioni dei lavoratori, avrebbe portato, anche in quella terra desolata e di povertà assoluta, un riscatto civile e morale, il sol dell’avvenire

Badaloni ricordava come di «Leghe di resistenza» si era iniziato a parlare dal 1898 e come da allora, dopo le iniziali difficoltà e grazie all’attivismo del locale Circolo Socialista e all’adozione del modello delle Leghe di miglioramento che sorgevano nel mantovano, le nuove organizzazioni contadine si erano diffuse rapidamente portando immediati e pratici vantaggi sia sul fronte organizzativo che su quello retributivo. Le Leghe, sottolineava Badaloni, avevano già aumentato di 15 centesimi «la magra giornata del contadino» ma non solo: «aumentarono anche la moralità», al punto che ormai il 95% dei contadini locali aderiva alla Lega e praticava il mutuo soccorso in una «vera esplosione di solidarietà». 

Agli albori del Novecento e a coronamento di un’intensa attività di proselitismo, le Leghe continuano a moltiplicarsi in tutto il Polesine al punto che, secondo la stima di Badaloni, «nella provincia di Rovigo, i contadini associati, fra maschi e femmine, sono già più di ventimila».

«Il fatto si è – sottolinea Badaloni nell’intervista − che la grande maggioranza dei contadini di Trecenta è oggi socialista e ha il concetto limpido che la miseria non dipende dai ricchi. “I signori” dicono i contadini “fanno il loro interesse e noi dobbiamo curare il nostro”. Se domani io partissi o mancassi, il socialismo non scomparirebbe per questo».

È dunque questa, quale emerge dalle testimonianze di Rossi, White, Morpurgo e Badaloni − e di tanti altri testimoni di storie di povertà e di fermenti sociali, di ignoranza e di degrado, di lotte e di traguardi conseguiti − la realtà in fermento del Polesine tra Ottocento e Novecento. Questo è il contesto nel quale Giacomo Matteotti si troverà a operare e a vivere le sue prime fondamentali esperienze di amministratore locale. E questa è la terra nella quale, alla seconda metà dell’Ottocento, i Matteotti decidono di trasferirsi, provenendo da Comasine di Peio, nel cuore del Trentino.


3. “Un giornalista onesto”. Le inchieste di Adolfo Rossi

«Come va dunque la sua parrocchia? – gli dissi.
Pezo de cussì no la poi andar! – mi rispose maliconicamente».

Per comprendere perché «peggio di così non può andare», bisogna in primo luogo presentare i protagonisti di questo succinto dialogo. A porre le domande è Adolfo Rossi (foto 1.3.1), giornalista, scrittore e diplomatico italiano, in gioventù pupillo di Alberto Mario, il braccio destro di Garibaldi nella spedizione dei Mille. Nel 1879 aveva lasciato il Polesine diretto a New York, dove aveva lavorato come giornalista per il quotidiano «Il Progresso Italo-Americano», apprendendo lo stile giornalistico statunitense, stringato ed efficace, preciso ed “investigativo” nella verifica delle fonti. A lui, autorevole testimone di tante battaglie civili e sociali del giovane Stato unitario, dobbiamo pagine che ci restituiscono con crudezza la realtà del Polesine di quegli anni. A rispondere alla sua domanda, “Come va dunque la sua parrocchia?”, è don Giovanni Battista Baroni, parroco di Villanova del Ghebbo, paese nel cuore del Polesine: un comune di 2.700 abitanti nella pianura fra l’Adige e il Po, situato sulle rive dell’Adigetto, a 5 chilometri da Lendinara, capoluogo del circondario, e a 15 da Rovigo, capoluogo della provincia. Siamo nel 1889: Rossi, che aveva appena iniziato a collaborare con «La Tribuna» (ma di lì a poco avrebbe lasciato il giornalismo e sarebbe diventato Ispettore viaggiante del Commissariato sull’Emigrazione Nazionale), torna nel Polesine per visitare i parenti e incontrare la vedova, di Alberto Mario, Jessie White Mario, giornalista e attivista a sua volta. La popolazione intorno a Villanova è allora composta esclusivamente di contadini: Rossi vuole capire, e raccontarci, quale sia davvero la loro condizione. Ne sarebbe uscito uno straordinario reportage.

Il parroco spiega che la situazione registra da tempo «un peggioramento costantemente progressivo»: quarant’anni prima gli abitanti del paese erano appena 1800 «e le tasse, assai leggere non si sentivano affatto». Le famiglie avevano costumi semplici e patriarcali e «il benessere era, si può dire, generale e la popolazione aumentava costantemente, finché raggiunse la cifra di quasi 2.700». Ora la situazione è drasticamente mutata, la popolazione non cresce più, i matrimoni diminuiscono, le famiglie agiate sono pochissime e quasi tutte «si ridussero miserabili». Negli ultimi 36 mesi, sottolinea il religioso, più di 30 famiglie, in tutto oltre 150 persone, sono emigrate in America (1.3.2).

Incalzato da Rossi, don Giovanni Battista spiega che la prima causa di tutto ciò è certamente «questo terribile aumento di imposte di ogni genere, il quale ebbe per prima conseguenza il peggioramento generale del vitto». Non si tratta di una novità assoluta, giacché un primo incremento delle imposte si era verificato tempo addietro sotto il governo austriaco; ma oggi, con il Regno d’Italia, la situazione si è fatta insostenibile: «Ora i genitori malnutriti, malcontenti di sé e di tutto, non curano l’allevamento dei figli; educazione e istruzione sono trascuratissime; e così il peggioramento materiale ha portato seco quello morale» e molte famiglie patiscono letteralmente la fame.

Quella del parroco, sottolinea Rossi, non è una voce isolata: «Interrogando altre persone del paese ho sentito da tutti la stessa conclusione. In molti c’è il timore d’una imminente catastrofe generale. Altre sono ridotte a desiderare una rivoluzione, perfino una invasione straniera, per persuadersi che peggio di così la baracca non potrebbe camminare. Tutto ciò è molto triste».

Negli anni successivi Adolfo Rossi ci offre ancora preziosi resoconti del Polesine di fine Ottocento e della realtà delle Leghe contadine. Nel giugno del 1901 il giornalista di Lendinara realizza una nuova serie di servizi sul Polesine (otto articoli che apparvero nell’estate del 1901 sull’«Adriatico» e furono poi ripresi su «La Tribuna» e sul «Secolo XIX») centrati sulla progressiva affermazione delle Leghe di miglioramento fra i contadini: argomento allora di grande attualità poiché sia nel Polesine che nel vicino mantovano erano in corso iniziative rivendicative con agitazioni e scioperi per ottenere una revisione delle paghe e degli orari di lavoro nelle campagne.

Come suo costume, il giornalista si documenta con cura: si reca personalmente nei principali centri del Polesine e intervista quanti possano fornirgli un’informazione attendibile di prima mano. Tra gli intervistati figurano anche il deputato socialista Nicola Badaloni e il presidente della Lega di Tarcento, Angelo Scarazzati; ma non mancano anche proprietari terrieri che praticano un più equo trattamento dei lavoratori della terra e vanno sperimentando nuove tecniche di conduzione dei fondi. 

Rispetto alla durissima realtà fotografata nel 1889 si possono cogliere nelle ultime corrispondenze di Rossi le indicazioni di lievi ma diffusi miglioramenti della realtà contadina, dovuta in parte all’azione politica dei socialisti, dei cattolici e dei liberali più illuminati. Ma le condizioni di vita nel Polesine restavano durissime e a testimoniarlo è la crescita del fenomeno migratorio: a fine Ottocento si contano ormai a migliaia i polesani che attraversano l’Oceano in cerca di fortuna. Un fenomeno che tuttavia si prestava anche a una considerazione positiva: per chi restava, c’era sicuramente più lavoro.I reportage di Rossi sono seguiti con attenzione da pubblico molto attento e non passano inosservati. Sul giornale dei socialisti del Polesine, «La Lotta», è pubblicato un articolo dal titolo significativo, Un giornalista onesto, che rende merito alla capillare azione di informazione svolta da Rossi, anche se considerato “di parte avversa”.


4. Il Polesine nell’Italia unita e La Boje

Tra Otto e Novecento il Regno d’Italia, paese appena unificato ma con profonde differenze tra regioni, contesti sociali e amministrazioni, è segnato da quella che viene definita “questione meridionale”. Posta da molti intellettuali meridionali come la principale “questione nazionale”, questa affronta quelle distanze – come nel «leggere, scrivere e far di conto» – che causano gli enormi ed evidenti squilibri culturali ed economici tra nord e sud.

Eppure, nel giovane Stato unitario la condizione di degrado, di abbandono e di povertà riguarda anche il settentrione, che ha al suo interno aree depresse e desolate, terre ingenerose nelle quali la povertà estrema si radica in un territorio avaro di risorse, favorendo il sottosviluppo e il desiderio di rivolta. Era certamente così in quella lingua di terra che, stretta e lunga, nel Veneto meridionale si estende tra le Valli Veronesi e le sponde dell’Adriatico e che coincide oggi con la provincia di Rovigo: è il Polesine, delimitato dall’Adige a Nord e dal Po a Sud. Una terra pianeggiante, di origine paludosa (come richiama la parola stessa), la cui storia è stata drammaticamente segnata da disastrose alluvioni che hanno nei secoli modellato il territorio e modificato il corso dei fiumi. Tristemente famosa rimane quella del settembre del 1882 che, causata da una esondazione dell’Adige, è stata la prima grande catastrofe naturale dell’Italia unita.

La rivolta dei contadini delle campagne padane del mantovano e del Polesine dei primi anni Ottanta dell’Ottocento segna, per alcuni, la nascita del movimento contadino organizzato nel Regno d’Italia. Il moto La Boje, (foto 1.4.1) che deve il nome a un’espressione dialettale veneta che indica l’insofferenza e l’esplosione di una reazione nei confronti di una situazione intollerabile (“La boje, la boje e de boto la va de fora», ovvero “bolle, bolle e di colpo trabocca”), trae origine sia dal dramma dell’alluvione del 1882, sia da dalla grave depressione che aveva colpito l’agricoltura nel decennio precedente, provocata dal crollo internazionale del prezzo dei cereali. A seguito della crisi i proprietari terrieri, dopo aver sollecitato dal governo misure di sostegno straordinario, avevano ridotto notevolmente i salari.

Dopo due stagioni di crescenti difficoltà la protesta esplode nel 1884 nel Polesine e si estende quindi al mantovano, in una zona già da anni flagellata dalla pellagra, una malattia causata da cattiva nutrizione. Ad aggregare la protesta due organizzazioni: la Società di mutuo soccorso tra i contadini della provincia di Mantova, fondata dall’esponente radicale Eugenio Sartori, e l’Associazione generale dei contadini italiani, di indirizzo decisamente socialista, diretta dall’ex garibaldino Francesco Siliprandi e dal contadino Giuseppe Barbiani. Le posizioni dei braccianti erano sostenute anche in alcune testate locali che subito sposarono le ragioni della lotta: tra queste «La Favilla», «La libera Parola» e «Il Pellagroso».

Il salto di qualità della protesta contadina, che da subito aveva incontrato l’aperta ostilità degli agrari e delle autorità, porta a uno sciopero che si protrae per mesi e provoca una dura reazione. La notte del 26 marzo 1885 vengono arrestate oltre 150 persone tra contadini e dirigenti, una ventina dei quali, accusati di reati gravi quale attentato alle istituzioni, strage e saccheggio, sono rinviati a giudizio (1.4.2). Il procedimento inizia il febbraio 1886 a Venezia e ha grande risonanza nella pubblica opinione del tempo: per il quotidiano «Il Messaggero» di Roma viene da un cronista d’eccezione, Andrea Costa (1.4.3), membro del Partito socialista rivoluzionario e allora già deputato. e l’accusa è gravissima: “aver tra di loro e con la Società provinciale di Mutuo soccorso e la Federazione dei lavoratori di Mantova, sia con statuti, regolamenti e tariffe; sia con discorsi in adunanze ufficiali e con scritti; con eccitamenti e scioperi, attentato alla sicurezza interna dello Stato, mediante atti aventi per oggetto di portare devastazioni, strage e saccheggio in vari comuni della provincia di Mantova”. Gli imputati rischiano sino all’ergastolo e i lavori forzati a vita. 

È uno dei primi processi politici dell’Italia unita, passato alla storia per una sentenza coraggiosa: il 27 marzo del 1886 la Corte d’Assise di Venezia assolve tutti gli imputati con formula piena. L’aula esulta, in città “migliaia e migliaia di persone” aspettano con “le bandiere delle associazioni operaie, le bande e le fanfare […] le bande intonano l’inno della riscossa, la folla prorompe in “evviva!” racconta la stampa nazionale. L’intera vicenda mostra quanto fosse mutata la coscienza dei contadini i quali, invece di andare ad assaltare i forni e i municipi come ai tempi della tassa sul macinato, cominciavano a organizzarsi, chiedendo migliori tariffe e compensi. 

Alla fine, i risultati dello sciopero sono positivi anche dal punto di vista economico: gli agrari concedono ai lavoratori della terra il 20-22% del raccolto invece del 10-15%, come accadeva sino ad allora.

È così che lo “slogan” dei contadini rodigini e mantovani, nato nel mondo domestico e nelle cucine, diventa prima un grido di battaglia, poi di resistenza nella lotta, infine di vittoria. 

Una vittoria breve in realtà, appena una tregua nel braccio di ferro tra contadini e agrari, lavoratori della terra e “padroni”, ma che rappresenta una tappa importante nella storia dell’organizzazione contadina. Su questo avrebbero lavorato negli anni successivi il proselitismo socialista e il solidarismo cattolico, alimentando una presa di coscienza che avrebbe trasformato i singoli episodi di ribellione in cultura politica e consapevole volontà di partecipazione. Inizia qui quel radicale mutamento della figura del contadino, all’epoca l’emarginato per eccellenza, visto come ignorante «fratello del bue» e che si scoprirà, pochi anni più tardi, fratello dell’operaio.

Di questo processo Giacomo Matteotti – che era a Fratta Polesine il 22 maggio del 1885, poche settimane dopo gli arresti – è, nel suo Polesine, protagonista di assoluto rilievo.


5. Socialismo massimo e programma minimo 

È lunga e complessa la storia del socialismo riformista che nasce e si sviluppa, sempre vitale e sempre minoritario, nella grande casa del socialismo sin dalle origini (foto 1.5.1). Lo si può già intuire il 20 febbraio del 1867, quando Marx stila le Istruzioni ai delegati per il I Congresso dell’Internazionale, un agone ideale nel quale da subito si confrontano e si scontrano le diverse anime della sinistra dell’epoca: socialisti, anarchici, repubblicani mazziniani e marxisti. Lo scarto tra idealità e prassi politiche difficilmente conciliabili è sancito a Parigi, nel 1889, con la nascita della Seconda Internazionale che, mentre proclama il 1° maggio festa mondiale del lavoro, estromette definitivamente la fazione anarchica. Il vallo si fa ancora più profondo ed esplicito tre anni più tardi in occasione del Congresso del Partito Socialdemocratico di Germania, la SPD, tenutosi nel 1891 a Erfurt. È proprio nell’Erfurter Programm che si afferma la distinzione tra «programma massimo», da cui il termine “massimalista”, e «programma minimo»: il primo, che costituisce la base teorica e l’orizzonte politico di riferimento, viene redatto dal filosofo e teorico tedesco del marxismo ortodosso Karl Kautsky; quello «minimo» viene elaborato dal futuro padre del revisionismo Eduard Bernstein ed è costituito da un manifesto rivendicativo in 15 punti, che spaziano dal suffragio universale alla libertà di espressione e di associazione.

L’eterno confronto – a volte dialetticamente proficuo, assai più spesso lacerante e divisivo – tra massimalisti e riformisti nasce da lì e forse, in forma germinale, nell’idea stessa che conduce verso il Sol dell’avvenire.

È in questo clima di fermento ideale, politico e organizzativo – di forte matrice internazionale e internazionalista – che in Italia nascono movimenti e strutture associative che daranno in seguito vita al partito socialista. Nel 1872 si tiene a Roma il Congresso delle Società Operaie Italiane; 10 più anni più tardi – e i 10 anni prima del Congresso di Genova – nasce a Milano, il 17 maggio 1882, il Partito Operaio Italiano (1.5.2) su iniziativa del locale Circolo Operaio e della rivista «La Plebe» di Enrico Bignami e di Osvaldo Gnocchi Viani che nel 1892, a Genova appunto, confluirà nel nuovo Partito dei Lavoratori Italiani, che di lì a poco assumerà il nome di Partito Socialista (1.5.3, 1.5.4).

Sono anni nei quali, in Italia, il giovane partito socialista consolida il suo consenso (1.5.5, 1.5.6) e conquista le prime rappresentanze nella Camera bassa del Parlamento del Regno d’Italia: una tribuna che contribuirà a dare ampia risonanza alle politiche socialiste che si incroceranno nei decenni successivi con l’età giolittiana, dando vita a una stagione assai importante per il progresso sociale del Paese e per la legislazione del lavoro, in particolare per la tutela di quello femminile e minorile. Nel 1882 entra a Montecitorio Andrea Costa, ma nelle elezioni politiche del maggio 1895 saranno ben 15 i socialisti eletti in Parlamento e ad essi si aggiungerà, grazie alle suppletive dell’anno successivo. Filippo Turati (1.5.7).

Il movimento socialista si andava progressivamente diffondendo attraverso circoli e sezioni territoriali, si dotava di sedi stabili, dava vita a una fitta rete di fogli locali e a un quotidiano – «Avanti!» (1.5.8) viene fondato nel 1896, mentre il periodico teorico «Critica Sociale» risale a pochi anni prima – e vede crescere i propri consensi nelle elezioni sia politiche che amministrative. Di conserva con il socialismo si sviluppa un forte movimento cooperativo: la Lega Nazionale nasce nel 1889 e l’azione sindacale si consolida nella rete delle Camere del lavoro e nelle Federazioni di mestiere che nel 1906 danno vita alla Confederazione Generale del Lavoro. All’alba del Novecento una diffusa fede nel progresso sociale – non meno che umano ed economico – alimenta la speranza che il nuovo Secolo apparterrà al mondo socialista (1.5.9).

Il sogno del “regno della libertà” passa attraverso un nuovo umanesimo civile che si salda con la fede nel progresso del positivismo e si cementa nel campo della cooperazione, che tanto contribuirà alle fortune della sinistra italiana nel primo ventennio del nuovo secolo. Nel 1902 le società cooperative censite erano 2.823, con mezzo milione di soci. Nel 1914 raggiungono il milione: un numero già molto ingente nell’Italia liberale, ma che raddoppierà nell’immediato primo dopoguerra, in quella stagione di delusioni e speranze, di conquiste e di scontri che ricordiamo come il «biennio rosso»: alla fine nel 1920 il capitale azionario delle società aderenti alla Lega si aggirava intorno ai 600 milioni di lire con un movimento di affari intorno al miliardo e mezzo (1.5.10, 1.5.11, 1.5.12, 1.5.13).

Non è soltanto la città, con il suo l’universo delle fabbriche, a costituire il naturale lievito di tanto fermento: la mobilitazione tocca anche le campagne a partire dal Polesine di Giacomo Matteotti, dove le Leghe contadine vedono una crescita esponenziale nell’ultimo scorcio dell’Ottocento e nei decenni successivi. Aderiscono alle Leghe in primo luogo i braccianti, ma segue presto la sindacalizzazione anche dei mezzadri, degli “obbligati” e dei piccoli proprietari grazie anche a dirigenti e organizzatori sindacali di assoluto valore come Giacomo Matteotti e Aldo Parini.


6. I Matteotti e il Polesine

Risulta dagli archivi trentini e dalla storia locale che già nel 1772 alla famiglia Matteotti fu riconosciuta, direttamente dal principe vescovo di Trento, la concessione in usufrutto di miniere nei pressi di Peio, e precisamente nelle località di Gardané (o Garzané), Boai, Bandalorsi e Stavion. Al di là del valore economico e del riconoscimento della capacità imprenditoriale, la concessione aveva valore di un’investitura: ai titolari era infatti rilasciato il permesso di «fregiare le proprie case e ferriere dello stemma del Principato, di portare armi, tagliar legna e far carbone». Di ciò resta traccia nell’antica casa dei Matteotti a Comasine (foto 1.6.1), nel 2015 restaurata dall’amministrazione comunale di Peio (1.6.2), che ripropone in evidenza sulla facciata principale proprio lo stemma familiare (1.6.3). Oltre a questo, si intravede il frammento di un antico affresco che ritrae la Madonna tra le Anime del Purgatorio: l’immagine sovrasta la scritta «Passegger che passi per questa via per te recita l’Ave Maria»; accanto si legge «MATEO MATEOTI F. F. 1763».

La Val di Peio e l’alta Val di Sole conobbero, grazie all’attività di estrazione mineraria della magnetite e alla connessa lavorazione del ferro e del rame, un lungo periodo di prosperità di cui si hanno tracce a partire dal quattordicesimo secolo e che si protrarrà fino all’inizio del diciannovesimo, quando progressivamente le vene vanno esaurendosi e l’attività estrattiva perde interesse economico, mentre conseguentemente si estingue l’attività manifatturiera legata alla lavorazione del metallo. Peio e la sua valle conosceranno un nuovo periodo di prosperità e di fama nella seconda metà del ‘900 grazie turismo, all’interno dell’area naturalistica del Parco Nazionale dello Stelvio; proprio dal sovrastante massiccio montuoso discende la buonissima acqua «Medio minerale bicarbonata» ad alto contenuto di ferro, che ha contribuito, insieme all’attività termale e alle attività sciistiche e invernali, alla nuova fortuna del territorio.

I nonni e i bisnonni di Giacomo Matteotti erano di Comasine, e Matteo Matteotti, nonno di Giacomo, per molti anni fece il pendolare tra Comasine di Peio e Fratta Polesine, sino a quando morì, nel 1858, durante una rissa davanti alla sua bottega. La famiglia era benestante, e Matteo era un pendolare “transfrontaliero”, perchè il Trentino, inglobato nella Contea del Tirolo, era allora parte integrante dell’Impero di Austria-Ungheria, nonostante fosse riconosciuto ai suoi abitanti l’uso, anche amministrativo, e l’insegnamento della lingua italiana. Solo al termine della Prima Guerra Mondiale, nel 1919, venne annesso al Regno d’Italia. A Comasine, il 1° ottobre del 1839 era nato anche il padre di Giacomo, Girolamo Stefano. 

Non abbiamo documenti che spieghino il perché del trasferimento dei Matteotti dal Trentino al Polesine, ma la coincidenza delle date lascia spazio a pochi dubbi: la decisione di lasciare Comasine nasce negli anni in cui le attività estrattive e manifatturiere ad esse legate − in particolare di lavorazione del ferro e del rame − nelle quali i Matteotti erano attivi da generazioni, entrano in crisi.  Alla metà dell’800 si impone la necessità di trovare nuove aree nelle quali trasferire il commercio in derivati del ferro e del rame  − da qui il generico appellativo di “calderari” − e il nonno Matteo individua Fratta Polesine come piazza ideale per avviare una nuova attività commerciale e investire in beni immobili, in questo affiancato dal figlio Girolamo Stefano, che porta avanti e amplia l’attività paterna e investe in appezzamenti di terra nel Polesine, raggiungendo una solida posizione economica. Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, con il plebiscito del 1866 e grazie alle leggi di esproprio del 1866-67, Girolamo Matteotti incrementa infatti il patrimonio familiare acquistando all’asta terreni e beni ecclesiastici (l’accusa di aver costruito una fortuna prestando denaro a interesse, che gli avrebbe rivolto la stampa cattolica locale avversaria del figlio, non è mai stata accertata). Le fortune piano piano crescono, e il valore complessivo dei beni di famiglia, che comprendeva terreni agricoli per 150 ettari, sarebbe stato stimato nel 1925 in 1.203.826 lire. Per l’epoca, una grandissima somma. 

A Fratta, Girolamo gestisce due grandi botteghe, dove si vende di tutto: attrezzi per la campagna, sementi, casalinghi, pentolame, tessuti. Ma la famiglia conserva modi austeri di origine contadina: i figli possono studiare e perfezionarsi anche all’estero e tuttavia casa Matteotti (1.6.4, 1.6.5), ancora alla metà degli anni Dieci del Novecento, è molto semplice: a un solo piano − al pianterreno, in una stanzetta con tavoli e scaffali, Giacomo Matteotti studiava, lavorava e riceveva visite − e ammobiliata “modestissimamente» come riferisce Aldo Parini, amico e collaboratore di Giacomo sin dal 1915, quando comincia a condividerne la militanza socialista e sindacale. La casa della famiglia Matteotti, ora Casa Museo Matteotti (1.6.6, 1.6.7, 1.6.8), sarebbe stata ampliata solo in seguito, e abbellita con mobili rivenienti da una villa gentilizia di Ficarolo. 

Il 7 febbraio 1875 Girolamo (1.6.9) sposa Lucia Elisabetta Garzarolo (1.6.10), detta Isabella. Isabella è di Fratta Polesine, paese dove nascono Giacomo e i fratelli. Sette figli in tutto, quattro dei quali muoiono in tenera età. I tre rimasti sono tutti di idee socialiste: oltre a Giacomo, che nasce il 22 maggio 1885, Matteo − che si occupò e scrisse di lavoro e disoccupazione (1.6.11) −  e Silvio, il più giovane dei fratelli, che sin da ragazzo seguì le attività familiari (1.6.12).

L’infanzia e la prima giovinezza di Giacomo scorrono tranquille. Gli studi al liceo ginnasio «Celio» di Rovigo, dove ha per compagno di corso il coetaneo e futuro deputato Umberto Merlin (dopo il 1945 sindaco di Rovigo, nel ’46 membro dell’Assemblea Costituente, poi ministro della Repubblica in diversi governi), si concludono nel giugno 1903, con ottimi voti. Negli ultimi anni di studio abita presso una famiglia della città e frequenta la biblioteca dell’Accademia dei Concordi, la più antica e rinomata istituzione culturale di Rovigo. Giacomo vuole percorrere la carriera umanistica e iscriversi a Giurisprudenza, sulle orme del fratello Matteo, per poi approfondire le materie economiche. Il padre, che non c’è più, non avrebbe approvato, ma la madre lo asseconda.Grazie alle agiate condizioni familiari si iscrive quindi all’Università di Bologna, facoltà di Giurisprudenza, e qui si laurea il 7 novembre del 1907, con 110 e lode, discutendo la tesi Principi generali di recidiva con l’eminente giurista, poi deputato e senatore, Alessandro Stoppato, che avrebbe ricordato sempre con affetto il suo “discepolo”. “Diventammo amici, io gli ho voluto bene; e se lo meritava per la bontà dell’animo, la nobiltà dell’intelletto, la rettitudine del carattere” avrebbe ricordato Stoppato.


7. Giacomo e i genitori

Cinque anni prima di laurearsi Giacomo perde il padre, Girolamo, che aveva appena 63 anni. Un uomo dal carattere duro, carattere che Giacomo eredita, e che in entrambi si manifesta in un atteggiamento intransigente e orgoglioso nei confronti di sé e degli altri. 

Giacomo rimase sempre legato alla memoria paterna, e anche della madre ci ha lasciato, in una lettera scritta tra il 1914 e il 1915 alla allora fidanzata Velia, un ritratto particolarmente intenso e affettuoso:

«No, mamma mia non è alta e non ha i capelli neri. Ha i capelli bianchi, quasi tutti bianchi e non ne ha molti più di suo figlio. Una volta erano neri sì, e ondulati; di una volta le restano gli occhi neri e le sopracciglia ancora folte, e la irrequietudine che la tiene sempre in movimento, sempre in attività, dalla mattina alla sera, quasi mai un momento seduta. Non ha avuto quasi nessuna istruzione; ma conosce praticamente più di tanti uomini. È all’antica, ma nessuna cosa moderna la offende, e anzi aborre la femminilità indolente o sentimentale.  In alcune cose le assomiglio; ma in altri assomiglio a mio padre: negli occhi, nel mento, e nella durezza del carattere che lo aveva lasciato solo contro i molti, odiato e calunniato spesso, così che le mie facili vittorie di oggi mi sembrano la dovuta rivendicazione: è anche un debito ch’io assolvo, è una speranza nutrita fin da bambino, quando mi struggevo per non capire e per non potere».

Quando scrive queste parole Giacomo ha 29 anni, e dalle sue espressioni traspare chiaramente quanto forte e radicato fosse il suo rapporto con la famiglia d’origine. E tuttavia, al di là delle somiglianze fisiche e caratteriali con i genitori, la figura che maggiormente influenzerà la sua vita e orienterà la sua formazione è quella del fratello maggiore Matteo.


8. Giacomo e suo fratello Matteo

Il ruolo e l’esempio del fratello Matteo emergono potentemente nelle confessioni che Giacomo affida alle lettere indirizzate a Velia. Scrive alla fidanzata tra il dicembre 1914 e il gennaio 1915: 

«Il tuo richiamo è dolce e forte: dentro la tua voce vi è anche la voce di un altro mio caro, del più caro fra tutti», con riferimento evidente Matteo, scomparso ormai da più di cinque anni (foto 1.8.1).

Pochi giorni più tardi, Giacomo torna a intrecciare i due grandi amori della sua vita: quello per la compagna, che sarà presto sua moglie, e quello per il fratello maggiore scomparso: 

«Io ho ancora l’impressione chiara fin dalle prime volte che ho stretto delle mie la tua mano, della tua capacità di supplire soprattutto quest’ultimo affetto più grande che avevo perduto, di ridarmi quel senso benefico che mi dava la vigilanza vigile di lui, che mi voleva bene. Perché forse egli neppure pensava che io lo amassi molto: gli bastava di rivivere in me tutte le ansie i lavori i sogni e le ambizioni della sua giovinezza finita e mi circondava di quella stessa indulgenza che ognuno di noi ha verso i propri difetti; e niente di tutto questo mai mi diceva […]».

Matteo era stato e rimarrà sempre più di un esempio per il fratello minore: dopo la scomparsa del padre Girolamo, avvenuta nel 1902 quando Giacomo aveva 17 anni, è Matteo a divenire la sua guida e il suo modello, sia nello studio sia nell’impegno civile e politico. 

Nato Fratta Polesine 1876, Gianmatteo, chiamato Matteo, aveva studiato a Venezia e a Torino, dove era stato compagno di studi di Luigi Einaudi, sotto la guida di Salvatore Cognetti De Martiis. Nel 1901 aveva pubblicato a Torino il saggio L’assicurazione contro la disoccupazione, che aveva ottenuto un generale apprezzamento e che era frutto anche delle ricerche condotte all’estero, in un itinerario di approfondimento che Giacomo, sulle sue orme, ripercorrerà pochi anni più tardi.

Per realizzare la sua tesi sulla “recidiva” − in diritto, la ripetizione di un reato da parte di chi è stato in precedenza condannato con sentenza irrevocabile, e che allora era un tema molto dibattuto − Giacomo viaggia infatti in Germania, Austria, Olanda, Belgio, Francia e Inghilterra, studia il francese, l’inglese e il tedesco, e avrà modo anche negli anni a venire di mettere a frutto le sue conoscenze: nei viaggi di studio che effettuerà prima della guerra, e dopo per la sua attività politica, così coltivando una naturale vocazione cosmopolita ed europeista che costituisce uno dei tratti più moderni e originali nella sua personalità.

Ma non è soltanto negli orientamenti di studio e nella formazione intellettuale che il fratello Matteo esercita la sua influenza: è lui a guidare Giacomo verso l’ideale socialista e a indirizzarlo poi all’esperienza di amministratore locale e alla militanza attiva, con una specifica attenzione rivolta all’istruzione quale strumento di emancipazione delle masse. Anche in questo l’itinerario esistenziale dei due è singolarmente affine: Matteo alterna all’attività scientifica e all’impegno politico l’esperienza di amministratore sul territorio ed è, nei primi anni del Novecento e sino alla prematura scomparsa, sindaco di Villamarzana, quindi consigliere provinciale a Rovigo e poi ancora presidente della Società di mutuo soccorso di Fratta Polesine.

Quando muore precocemente di tisi in Liguria, a Nervi, il 18 marzo del 1909, rimangono incompiuti un suo saggio su Pauperismo e la disoccupazione e una ricerca sui primi carbonari di Fratta.

Un anno dopo Giacomo pubblica La recidiva. Saggio di revisione critica con dati statistici che sviluppava e ampliava la trattazione della tesi di laurea, e al testo era premessa la dedica:

«Alla memoria di Matteo, fratello mio e amico, che con occhio affettuoso protesse il crescere di queste pagine, e non poté vederne il compimento».