
2. Il “sabotatore”: la denuncia della guerra, la condanna e il confino in Sicilia
Giacomo la sua battaglia la combatte inizialmente da civile (foto 4.2.1). Come si è detto, è esonerato dal servizio in quanto figlio unico di madre vedova; inoltre è inabile: nell’estate del 1915 un fortissimo attacco di tisi fa temere per la sua vita. Dopo una lunga convalescenza (4.2.2), riprende la militanza politica e inizia a pianificare il matrimonio che sarà celebrato nel gennaio successivo. Nei mesi precedenti aveva subito violenti attacchi dagli agrari del Polesine e il loro giornale, il «Corriere del Polesine», lo aveva pesantemente denigrato e minacciato.
È in questo clima che il consigliere Matteotti prende la parola, il 5 giugno del 1916, nel Consiglio provinciale di Rovigo e pronuncia un duro discorso antimilitarista. Nell’aula volano insulti e nasce un tafferuglio; la seduta è sospesa. Il prefetto, presente in aula, chiede il suo arresto. La sera, prima di tornare a casa a Fratta, scrive a Velia da Rovigo: «Ho avuto il Consiglio che era stato quasi tranquillo, senza un incidente violentissimo sulla guerra. Ho detto loro quel che avevo nell’animo, contro la barbarie e l’inciviltà della guerra; è stato uno scandalo – minacce d’arresto. Poi tutto è finito nel nulla» (4.2.3, 4.2.3.1).
Questa volta Giacomo si sbaglia. Alla denuncia del prefetto si associa l’esposto alla Procura di Venezia del Comando del corpo d’armata; escluso l’arresto immediato, Matteotti è tuttavia messo sotto processo per «disfattismo» e condannato a 30 giorni di carcere. La sentenza, non eseguita, sarà poi confermata dal Tribunale d’appello e infine completamente riformata dalla Cassazione che, un anno più tardi, accoglierà la tesi che l’imputato aveva liberamente espresso le sue opinioni nella sua veste di rappresentante politico. Tuttavia, il successivo 9 agosto le autorità militari decidono di richiamare alle armi Matteotti che sarà coscritto obbligatoriamente e relegato in un battaglione di punizione in quanto «assolutamente pericoloso», essendo «pervicace, violento agitatore, capace di nuocere in ogni momento agli interessi nazionali». In un primo tempo sembra destinato a rimanere in zona: si reca prima a Verona per l’arruolamento poi è trasferito a Cologna Veneta, ma la sua destinazione successiva sarà Campo Inglese, nei pressi di Messina, ben lontano dal fronte (4.2.4, 4.2.5, 4.2.6, 4.2.7).
Sarà frequentemente spostato da un reparto all’altro ma passerà i tre anni di servizio prevalentemente in Sicilia, nel messinese, con una permanenza particolarmente prolungata a Monte Gallo. È assegnato, come soldato semplice, al quarto battaglione di artiglieria, in una zona che per la sua posizione strategica ospita diverse batterie che vigilano sul traffico navale dello Stretto (4.2.8, 4.2.9, 4.2.10).
La routine è interrotta da due mesi trascorsi a Torino, nell’estate del 1917 (4.2.11), per seguire il corso allievi ufficiali di artiglieria; ma verrà poco dopo nuovamente trasferito in Sicilia, mentre monta il dibattito, attutito della censura di guerra, intorno all’appello del Papa Benedetto XV ai belligeranti per far cessare «l’inutile strage» (4.2.12, 4.2.13, 4.2.14, 4.2.15, 4.2.16, 4.2.17).
Coglie allora l’occasione per applicarsi alla passione di “maestro”: attrezza a sue spese una classe in una casupola e insegna ai commilitoni analfabeti a leggere, scrivere e far di conto. Seguirà anche due bambini: il primo è il nipote del comandante che, rimasto orfano di padre, è svogliato negli studi; il secondo è il piccolo Nico, un bimbo lacero e scalzo, poverissimo, che molto gli ricorda i figli malnutriti dei contadini del suo Polesine (4.2.18).
Nel settembre del 1917 anche il territorio di Messina è dichiarato in stato di guerra. Della rotta di Caporetto e della successiva battaglia di Vittorio Veneto giunge in Sicilia un’eco attutita; Giacomo e Velia notano grandi movimenti di truppe fresche dalla Sicilia verso il fronte. Nell’estate del 1918 cresce tuttavia l’aspettativa di una imminente pace vittoriosa (4.2.19, 4.2.20, 4.2.21).
Il 4 novembre del 1918 il bollettino di guerra firmato da Armando Diaz (4.2.21.1) annuncia alla nazione la vittoria. Sembra profilarsi all’orizzonte una nuova stagione di prosperità, di progresso, di pace (4.2.22, 4.2.23, 4.2.24, 4.2.25).
3. Il congedo e la ripresa dell’attività politica
Lunedì 11 novembre 1918, a Compiègne, gli Alleati e la Germania firmano l’armistizio (foto 4.3.1). La Grande Guerra è finita. La bandiera rossa è di nuovo nelle piazze e sulla copertina dell’Almanacco socialista (4.3.2).
Giacomo torna alla famiglia e all’attività politica nell’estate del 1919, quando viene congedato con onore. Le “fatiche militari” gli vengono riconosciute dal Regio Esercito (4.3.3) la pace invita alla ricostruzione (4.3.4): dopo una prima vacanza in montagna con la famiglia (4.3.5) è in pieno impegno politico nel suo Polesine, e non solo. «La Lotta», il settimanale nei socialisti polesani da lui diretto, aveva ripreso le pubblicazioni, interrotte nel 1915 per la guerra, il 12 aprile con un editoriale dal titolo di forte impronta programmatica, che sembra alludere anche alla sua vicenda personale: Riprendiamo il cammino (4.3.6).
A Bologna, dal 4 all’8 ottobre del 1919 si tiene il XVI Congresso del Partito Socialista Italiano, il primo del dopoguerra. L’eco della Rivoluzione russa dell’ottobre 1917 è forte e, mentre ci si prepara al prossimo confronto elettorale, in molti delegati emerge la voglia di “fare come in Russia” (4.3.7). Il resoconto del Congresso socialista riporta un dibattito molto vivace tra l’ala massimalista rivoluzionaria e quella riformista (4.3.8) Giacomo Matteotti è sulle posizioni riformiste e gradualiste di Filippo Turati, che dalla tribuna condanna la violenza ed è contrario all’idea di instaurare anche in Italia la dittatura del proletariato. Si discute anche dell’opportunità o meno di partecipare alle prossime elezioni politiche. Alla fine, risulta ampiamente maggioritaria l’ala massimalista ma nella sua declinazione “elezionista”, ovvero favorevole a portare lo scontro politico sul terreno parlamentare e quindi a presentare liste socialiste per il voto, fissato per il successivo 16 novembre (4.3.9).
Per la prima volta si vota con il sistema proporzionale a scrutinio di lista (4.3.10) e il corpo elettorale è assai vasto, dopo che la riforma di Giolitti del 1913 aveva introdotto il suffragio universale maschile. L’aspettativa è forte e per i socialisti non andrà delusa: le elezioni del dopoguerra registrano infatti una grande affermazione. I socialisti raccolgono il massimo consenso e prendono il 32,3% dei voti in media nazionale, mandando a Montecitorio 156 deputati: sono il primo partito d’Italia. Giacomo Matteotti è candidato nel collegio di Rovigo-Ferrara e a livello locale quello dei socialisti è un vero trionfo: prendono oltre il 70% dei voti e mandano a Roma sei parlamentari: il Polesine è la terra più rossa d’Italia. Per la prima volta nei manifesti elettorali del Partito Socialista Italiano compaiono la falce e il martello sovietici (4.3.11). Secondo nella graduatoria delle preferenze nel suo collegio, Giacomo Matteotti entra in Parlamento (4.3.12).
4. La «pace cartaginese» e gli Stati Uniti d’Europa
Pochi mesi prima Matteotti era intervenuto sull’argomento della pace affrontando il tema della «ricchezza nazionale» e dei debiti di guerra. In un articolo sull’ «Avanti!» del 4 agosto del 1919 (La guerra non ha distrutto la ricchezza nazionale?!) denuncia i “sovrapprofitti” che si sono tradotti in «guadagni o frodi dei fornitori e degli speculatori nostrani». Su questo punto torna un anno più tardi, da parlamentare, in un lungo discorso alla Camera sulla questione dei debiti di guerra; è una nuova battaglia. Sull’«Avanti!» dell’8 agosto 1920 scrive: «La ragione fondamentale per la quale un governo clerico-moderato non confischerà mai in verità i profitti di guerra è la seguente: il profitto di guerra rappresenta, in sintesi, il profitto capitalistico».
Nello stesso periodo manifesta una crescente preoccupazione per le clausole vessatorie del trattato di pace di Versailles (foto 4.4.1, 4.4.2) che aveva imposto alla Germania condizioni durissime: Matteotti come politico e come economista prevede che l’umiliazione della Germania avrebbe provocato una reazione nazionalista, alimentata anche dalle decurtazioni territoriali subite. Il 6 marzo del 1920 firma sull’«Avanti!» Il fallimento della pace vittoriosa, amara riflessione sul quadro drammatico e minaccioso che si andava delineando nel primo dopoguerra. È tra i primi in Italia a trarre ispirazione dalle opere di John Maynard Keynes, l’economista inglese protagonista delle polemiche tecnico-politiche sulla questione delle riparazioni tedesche e dei debiti interalleati, autore del fortunato saggio The Economic Consequences of the Peace (4.4.3, 4.4.4).
La pace che avrebbe dovuto porre rimedio alle ingiustizie socio-economiche e agli squilibri antecedenti il conflitto era divenuta, insomma, una «pace cartaginese» imposta per distruggere il vinto senza pensare che avrebbe portato alla rovina anche i vincitori.
Mentre la Germania chiede insistentemente una moratoria sulle riparazioni i francesi, risoluti a ottenere dai tedeschi il pagamento integrale del debito di guerra, nel gennaio del 1923 occupano militarmente il bacino carbonifero e siderurgico della Ruhr (4.4.5, 4.4.6). Analizzando la situazione internazionale Matteotti afferma che «il governo francese prosegue un fine che non è né finanziario né economico, per quanto presentato sotto queste apparenze, ma principalmente politico» (La preparazione di un’altra “ultima” guerra. Contro la nuova violenza «La Giustizia»,11 gennaio 1923); poco più tardi approfondisce il tema sulla colonne di «Critica Sociale» scrivendo de L’Italia nel contrasto per le riparazioni (4.4.7, 4.4.8).
Quando, nell’agosto del 1925, i francesi lasciano la Germania l’occupazione si rivela fallimentare anche dal punto di vista economico e un’inflazione straordinaria acuisce la crisi del Reich con esiti sociali e politici catastrofici (4.4.9, 4.4.10). Si apre così la strada a una reazione nazionalsocialista della quale Matteotti, ancora una volta con lo sguardo lungo del grande politico, comprende subito la portata eversiva. Quando a Monaco di Baviera i nazionalsocialisti di Adolf Hitler organizzano un tentativo di colpo di stato Matteotti non esita a mettere in guardia contro il «Mussolini della Baviera».
Negli stessi mesi partecipa alla riunione di Berlino dei leader socialisti europei impegnati a costituire una nuova Internazionale Socialista (4.4.11, 4.4.12) e denuncia la debolezza della Società delle Nazioni. Prefigura, nelle linee programmatiche delle Direttive del PSU, quegli Stati Uniti d’Europa che gli appaiono come l’unica soluzione equa ed efficace per garantire una pace duratura.
Nelle Direttive (4.4.13) che Matteotti scrive nel 1923 e che saranno il programma elettorale del suo partito per le elezioni del 6 aprile del 1924, le ragioni della pace si sposano con quelle dell’internazionalismo:
«L’Internazionale socialista mira a difendere e sostenere sempre la comune causa del lavoro, contro il parassitismo e la speculazione sfruttatrice dei diversi capitalismi. Dovrà quindi tentare o favorire ogni iniziativa che dirima i conflitti tra i popoli, li associ con vincoli pacifici, eviti o faccia cessare le opposte violenze e minacce. Dovrà favorire il formarsi di una vera Lega delle Nazioni e più immediatamente degli Stati Uniti d’Europa, che si sostituiscano alla frammentazione nazionalista di infiniti piccoli stati turbolenti e rivali. Dovrà rafforzare i sentimenti di solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo, per modo che si aiutino scambievolmente nella comune opera di redenzione sociale; dovrà soprattutto sospingere in ogni nazione la classe lavoratrice al potere politico, per assicurare il suo massimo interesse alla pace universale» (4.4.14).