1. L’internazionalismo socialista e il pacifismo intransigente di Giacomo Matteotti

L’idea della fratellanza tra i lavoratori di ogni Paese e dell’abbattimento delle frontiere in nome dell’internazionalismo proletario (Lavoratori di tutto il mondo unitevi!, era la celebre frase conclusiva del Manifesto del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels, scritto nel 1848), per assicurare pace e benessere alle masse oppresse, è al cuore della costruzione ideale del socialismo delle origini ed è la pietra angolare sulla quale si costruiscono le strategie che guidano il movimento che a fine Ottocento che si riconosce nella Seconda Internazionale (foto 4.1.1, 4.1.2, 4.1.3, 4.1.4).

Il tema dell’unità dei lavoratori e della fratellanza universale costituisce ancora, all’inizio del XIX secolo, un forte cemento ideale, nonostante crescenti tensioni stiano lievitando nel cuore dell’Europa (4.1.5, 4.1.6). Sono, ad esempio, i conflitti che sorgono intorno alle brame colonialiste dirette verso l’Africa, il Medio e l’estremo Oriente, che indirizzano le ambizioni imperialiste e capitaliste degli Stati europei. In questo contesto l’Italia cerca spazi nuovi di conquista, nuove “terre al sole”. Nasce così, dopo le delusioni coloniali di fine Ottocento e al culmine dell’età giolittiana, la guerra italo-turca, nota come guerra di Libia (settembre 1911 – dicembre 1912) (4.1.7). 

Già al tempo della «passeggiata militare nella Libia, della quale il popolo d’Italia non godrà alcun frutto» Matteotti è fermamente pacifista e contrario al conflitto, che denuncia come un «sacrificio immenso di uomini e di denaro». Immorale come ogni guerra, anche questa farà solo l’interesse della «potenza succhiatrice delle mignatte»: all’odioso desiderio di sottomettere un popolo indigeno si somma la considerazione che la presunta gloria militare non nutrirà certamente il proletariato d’Italia (L’impresa libica, in «La lotta proletaria» del 12 ottobre 1912). 

Contro la guerra di Libia e contro ogni guerra il giovane Matteotti manifesta pubblicamente anche a Rovigo, dove viene minacciato e malmenato. Ma non desiste: nella sua presa di posizione antibellicista c’è, da una parte, il ripudio della «dittatura borghese» e del clericalismo che Giolitti (4.1.7.1) sta imponendo al Paese con il patto Gentiloni (un accordo politico tra i liberali di Giolitti e l’Unione Elettorale Cattolica italiana, in vista delle elezioni politiche del 1913), dall’altra un atteggiamento più fermo rispetto alla presa di posizione contro la guerra che, più tiepidamente, anche il Partito Socialista condivideva (4.1.8).

Solidamente ancorato al pacifismo internazionalista, l’intransigente ripudio della guerra di Matteotti si fa ancora più radicale con la Prima guerra mondiale, che spazza via di un colpo i proclami di fratellanza universale e di solidarietà proletaria. Nonostante il congresso di Stoccarda del 1907 avesse affermato all’unanimità il ripudio di ogni guerra, allo scoppio del primo conflitto mondiale (28 luglio 1914) l’organizzazione si frantuma quando molto partiti nazionali, i francesi e i tedeschi per primi, sostengono la politica bellica dei loro governi: le ferite della guerra franco-prussiana si rivelano ancora aperte. 

L’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914 (4.1.9) è il detonatore di una conflittualità che si estende a macchia d’olio e che travolge, ancor prima che la guerra sia dichiarata, ideali e uomini. È il caso di Jean Jaurès, la figura più autorevole del socialismo francese e della fede pacifista, che viene assassinato nel cuore di Parigi il 31 luglio (4.1.10, 4.1.11). L’assassino, a distanza di anni, sarebbe stato assolto e liberato, mentre la vedova Jaurès sarebbe stata condannata a pagare le spese processuali.

Nonostante i socialisti si schierino, non senza qualche incertezza e defezione, a favore del neutralismo (4.1.12, 4.1.13, 4.1.13.1) cresce in Italia la campagna a favore dell’interventismo, alimentata dall’antigiolittismo, dalla grande industria e dalla stampa: il «Corriere della Sera» è il primo importante giornale a indossare l’elmetto. A ciò si aggiungono le nuove adesioni da parte del cosiddetto interventismo democratico che idealizza la guerra come un riscatto del proletariato contro gli imperi centrali, cui si somma il repentino cambio di rotta di Benito Mussolini, che abbandona la direzione dell’«Avanti!» per sostenere la guerra dalle colonne del «Popolo d’Italia». Il “radiosomaggismo” di Gabriele D’Annunzio è il tocco finale di una montante retorica bellicista che trascinerà l’Italia verso il baratro (4.1.14, 4.1.15).

Nemico di ogni retorica, Giacomo Matteotti resta fedele all’ideale del pacifismo internazionalista: il suo neutralismo si alimenta, come spesso accade in lui, sia di un solido sentimento ideale sia di un realistico pragmatismo. È consapevole che l’entrata in guerra costerà un enorme tributo di sangue che, al solito, sarà il proletariato a dover versare; denuncia che a questo prezzo già altissimo si sommerà poi il costo economico che ogni guerra porta con sé, a partire dall’inflazione e dalla riduzione dei salari, che avrebbero eroso quel poco di benessere economico che la politica socialista, il sindacato, la cooperazione, e i nuovi soggetti economici e associativi dei lavoratori avevano faticosamente conquistato.  Ma non basta: con la capacità di analisi che gli è propria e che sempre si accompagna in lui alla capacità di guardare lontano, Giacomo sa già che i lavoratori dovranno pagare un prezzo anche in termini di arretramento civile, di limitazione delle libertà acquisite, di organizzazione di classe. La guerra, nella denuncia di Matteotti è, in sostanza, il ritorno a quella che non esita a definire una «barbarie», voluta per l’interesse di pochi: è la classe dominante che getta la maschera e mostra il suo volto sanguinario, per tornare a praticare quel «capitalismo di rapina» su cui aveva fondato la sua accumulazione originaria.

Di fronte alla posizione debole, per alcuni versi ambigua assunta dal suo partito e che si riassume nel celebre motto del segretario Costantino Lazzari «né aderire né sabotare» Matteotti inizia a battersi con determinazione Contro la guerra e per la neutralità assoluta. È questo il titolo dell’ordine del giorno con il quale interviene al Consiglio provinciale di Rovigo nell’agosto e nell’ottobre del 1914, secondo una linea che tornerà a ribadire e a rendere ancor più radicale negli interventi che scrive in quelle settimane su «La Lotta», l’organo dei socialisti polesani e che poi difenderà nelle riunioni di partito e nelle piazze.

Non esita, in una serie di infuocati interventi, a mettere in discussione il concetto stesso di patria («La Lotta» del 31 ottobre 1914) e a sollecitare una presa di posizione più ferma contro la guerra al suo stesso partito, delle autorevoli colonne nella rivista di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, «Critica Sociale» (Dal punto di vista del nostro partito, n. 3, 1-15 febbraio 1915).

Mentre la crisi dell’Internazionale porta a un sostanziale collasso dell’Organizzazione – Lenin pubblica proprio in quei giorni la sua celebre analisi su Il collasso della Seconda Internazionale (4.1.16) – il “sabotatore” Matteotti si trova su posizioni sempre più radicali e isolate e inizia a pensare che anche un’insurrezione armata sarebbe legittima per impedire che i lavoratori vadano al massacro. 

Il partito difende ancora posizioni formalmente neutraliste (4.1.17, 4.1.18) ma la linea è sempre più debole. E infatti a Matteotti non basta: combatterà la sua battaglia – sarà più volte minacciato e aggredito anche nel suo Polesine – e alla fina pagherà, per la sua intransigenza, un prezzo molto alto.Il 24 maggio del 1915 l’Italia entra nel conflitto (4.1.19). È una guerra di aggressione, che all’inizio fa registrare qualche successo e presto si impantana sul fronte alpino nella logorante guerra di trincea, che si rivelerà presto una carneficina.  Le tragiche illustrazioni di Giuseppe Scalarini sulle colonne dell’«Avanti!» fanno da controcanto al trionfalismo retorico delle tavole di Achille Beltrame sulla «Domenica del Corriere» (4.1.20, 4.1.21, 4.1.22, 4.1.23).


2. Il “sabotatore”: la denuncia della guerra, la condanna e il confino in Sicilia

Giacomo la sua battaglia la combatte inizialmente da civile (foto 4.2.1). Come si è detto, è esonerato dal servizio in quanto figlio unico di madre vedova; inoltre è inabile: nell’estate del 1915 un fortissimo attacco di tisi fa temere per la sua vita.  Dopo una lunga convalescenza (4.2.2), riprende la militanza politica e inizia a pianificare il matrimonio che sarà celebrato nel gennaio successivo. Nei mesi precedenti aveva subito violenti attacchi dagli agrari del Polesine e il loro giornale, il «Corriere del Polesine», lo aveva pesantemente denigrato e minacciato.

È in questo clima che il consigliere Matteotti prende la parola, il 5 giugno del 1916, nel Consiglio provinciale di Rovigo e pronuncia un duro discorso antimilitarista. Nell’aula volano insulti e nasce un tafferuglio; la seduta è sospesa. Il prefetto, presente in aula, chiede il suo arresto. La sera, prima di tornare a casa a Fratta, scrive a Velia da Rovigo: «Ho avuto il Consiglio che era stato quasi tranquillo, senza un incidente violentissimo sulla guerra. Ho detto loro quel che avevo nell’animo, contro la barbarie e l’inciviltà della guerra; è stato uno scandalo – minacce d’arresto. Poi tutto è finito nel nulla» (4.2.3, 4.2.3.1).

Questa volta Giacomo si sbaglia. Alla denuncia del prefetto si associa l’esposto alla Procura di Venezia del Comando del corpo d’armata; escluso l’arresto immediato, Matteotti è tuttavia messo sotto processo per «disfattismo» e condannato a 30 giorni di carcere. La sentenza, non eseguita, sarà poi confermata dal Tribunale d’appello e infine completamente riformata dalla Cassazione che, un anno più tardi, accoglierà la tesi che l’imputato aveva liberamente espresso le sue opinioni nella sua veste di rappresentante politico. Tuttavia, il successivo 9 agosto le autorità militari decidono di richiamare alle armi Matteotti che sarà coscritto obbligatoriamente e relegato in un battaglione di punizione in quanto «assolutamente pericoloso», essendo «pervicace, violento agitatore, capace di nuocere in ogni momento agli interessi nazionali». In un primo tempo sembra destinato a rimanere in zona: si reca prima a Verona per l’arruolamento poi è trasferito a Cologna Veneta, ma la sua destinazione successiva sarà Campo Inglese, nei pressi di Messina, ben lontano dal fronte (4.2.4, 4.2.5, 4.2.6, 4.2.7).

Sarà frequentemente spostato da un reparto all’altro ma passerà i tre anni di servizio prevalentemente in Sicilia, nel messinese, con una permanenza particolarmente prolungata a Monte Gallo. È assegnato, come soldato semplice, al quarto battaglione di artiglieria, in una zona che per la sua posizione strategica ospita diverse batterie che vigilano sul traffico navale dello Stretto (4.2.8, 4.2.9, 4.2.10).

La routine è interrotta da due mesi trascorsi a Torino, nell’estate del 1917 (4.2.11), per seguire il corso allievi ufficiali di artiglieria; ma verrà poco dopo nuovamente trasferito in Sicilia, mentre monta il dibattito, attutito della censura di guerra, intorno all’appello del Papa Benedetto XV ai belligeranti per far cessare «l’inutile strage» (4.2.12, 4.2.13, 4.2.14, 4.2.15, 4.2.16, 4.2.17).

Coglie allora l’occasione per applicarsi alla passione di “maestro”: attrezza a sue spese una classe in una casupola e insegna ai commilitoni analfabeti a leggere, scrivere e far di conto. Seguirà anche due bambini: il primo è il nipote del comandante che, rimasto orfano di padre, è svogliato negli studi; il secondo è il piccolo Nico, un bimbo lacero e scalzo, poverissimo, che molto gli ricorda i figli malnutriti dei contadini del suo Polesine (4.2.18).

Nel settembre del 1917 anche il territorio di Messina è dichiarato in stato di guerra. Della rotta di Caporetto e della successiva battaglia di Vittorio Veneto giunge in Sicilia un’eco attutita; Giacomo e Velia notano grandi movimenti di truppe fresche dalla Sicilia verso il fronte. Nell’estate del 1918 cresce tuttavia l’aspettativa di una imminente pace vittoriosa (4.2.19, 4.2.20, 4.2.21).

Il 4 novembre del 1918 il bollettino di guerra firmato da Armando Diaz (4.2.21.1) annuncia alla nazione la vittoria. Sembra profilarsi all’orizzonte una nuova stagione di prosperità, di progresso, di pace (4.2.22, 4.2.23, 4.2.24, 4.2.25).


3. Il congedo e la ripresa dell’attività politica

Lunedì 11 novembre 1918, a Compiègne, gli Alleati e la Germania firmano l’armistizio (foto 4.3.1). La Grande Guerra è finita. La bandiera rossa è di nuovo nelle piazze e sulla copertina dell’Almanacco socialista (4.3.2).

Giacomo torna alla famiglia e all’attività politica nell’estate del 1919, quando viene congedato con onore. Le “fatiche militari” gli vengono riconosciute dal Regio Esercito (4.3.3) la pace invita alla ricostruzione (4.3.4): dopo una prima vacanza in montagna con la famiglia (4.3.5) è in pieno impegno politico nel suo Polesine, e non solo. «La Lotta», il settimanale nei socialisti polesani da lui diretto, aveva ripreso le pubblicazioni, interrotte nel 1915 per la guerra, il 12 aprile con un editoriale dal titolo di forte impronta programmatica, che sembra alludere anche alla sua vicenda personale: Riprendiamo il cammino (4.3.6). 

A Bologna, dal 4 all’8 ottobre del 1919 si tiene il XVI Congresso del Partito Socialista Italiano, il primo del dopoguerra. L’eco della Rivoluzione russa dell’ottobre 1917 è forte e, mentre ci si prepara al prossimo confronto elettorale, in molti delegati emerge la voglia di “fare come in Russia” (4.3.7). Il resoconto del Congresso socialista riporta un dibattito molto vivace tra l’ala massimalista rivoluzionaria e quella riformista (4.3.8) Giacomo Matteotti è sulle posizioni riformiste e gradualiste di Filippo Turati, che dalla tribuna condanna la violenza ed è contrario all’idea di instaurare anche in Italia la dittatura del proletariato. Si discute anche dell’opportunità o meno di partecipare alle prossime elezioni politiche. Alla fine, risulta ampiamente maggioritaria l’ala massimalista ma nella sua declinazione “elezionista”, ovvero favorevole a portare lo scontro politico sul terreno parlamentare e quindi a presentare liste socialiste per il voto, fissato per il successivo 16 novembre (4.3.9).

Per la prima volta si vota con il sistema proporzionale a scrutinio di lista (4.3.10) e il corpo elettorale è assai vasto, dopo che la riforma di Giolitti del 1913 aveva introdotto il suffragio universale maschile. L’aspettativa è forte e per i socialisti non andrà delusa: le elezioni del dopoguerra registrano infatti una grande affermazione. I socialisti raccolgono il massimo consenso e prendono il 32,3% dei voti in media nazionale, mandando a Montecitorio 156 deputati: sono il primo partito d’Italia. Giacomo Matteotti è candidato nel collegio di Rovigo-Ferrara e a livello locale quello dei socialisti è un vero trionfo: prendono oltre il 70% dei voti e mandano a Roma sei parlamentari: il Polesine è la terra più rossa d’Italia.  Per la prima volta nei manifesti elettorali del Partito Socialista Italiano compaiono la falce e il martello sovietici (4.3.11). Secondo nella graduatoria delle preferenze nel suo collegio, Giacomo Matteotti entra in Parlamento (4.3.12).


4. La «pace cartaginese» e gli Stati Uniti d’Europa

Pochi mesi prima Matteotti era intervenuto sull’argomento della pace affrontando il tema della «ricchezza nazionale» e dei debiti di guerra. In un articolo sull’ «Avanti!» del 4 agosto del 1919 (La guerra non ha distrutto la ricchezza nazionale?!) denuncia i “sovrapprofitti” che si sono tradotti in «guadagni o frodi dei fornitori e degli speculatori nostrani». Su questo punto torna un anno più tardi, da parlamentare, in un lungo discorso alla Camera sulla questione dei debiti di guerra; è una nuova battaglia. Sull’«Avanti!» dell’8 agosto 1920 scrive: «La ragione fondamentale per la quale un governo clerico-moderato non confischerà mai in verità i profitti di guerra è la seguente: il profitto di guerra rappresenta, in sintesi, il profitto capitalistico».

Nello stesso periodo manifesta una crescente preoccupazione per le clausole vessatorie del trattato di pace di Versailles (foto 4.4.1, 4.4.2) che aveva imposto alla Germania condizioni durissime: Matteotti come politico e come economista prevede che l’umiliazione della Germania avrebbe provocato una reazione nazionalista, alimentata anche dalle decurtazioni territoriali subite. Il 6 marzo del 1920 firma sull’«Avanti!» Il fallimento della pace vittoriosa, amara riflessione sul quadro drammatico e minaccioso che si andava delineando nel primo dopoguerra. È tra i primi in Italia a trarre ispirazione dalle opere di John Maynard Keynes, l’economista inglese protagonista delle polemiche tecnico-politiche sulla questione delle riparazioni tedesche e dei debiti interalleati, autore del fortunato saggio The Economic Consequences of the Peace (4.4.3, 4.4.4).

La pace che avrebbe dovuto porre rimedio alle ingiustizie socio-economiche e agli squilibri antecedenti il conflitto era divenuta, insomma, una «pace cartaginese» imposta per distruggere il vinto senza pensare che avrebbe portato alla rovina anche i vincitori.

Mentre la Germania chiede insistentemente una moratoria sulle riparazioni i francesi, risoluti a ottenere dai tedeschi il pagamento integrale del debito di guerra, nel gennaio del 1923 occupano militarmente il bacino carbonifero e siderurgico della Ruhr (4.4.5, 4.4.6). Analizzando la situazione internazionale Matteotti afferma che «il governo francese prosegue un fine che non è né finanziario né economico, per quanto presentato sotto queste apparenze, ma principalmente politico» (La preparazione di un’altra “ultima” guerra. Contro la nuova violenza «La Giustizia»,11 gennaio 1923); poco più tardi approfondisce il tema sulla colonne di «Critica Sociale» scrivendo de L’Italia nel contrasto per le riparazioni (4.4.7, 4.4.8).

Quando, nell’agosto del 1925, i francesi lasciano la Germania l’occupazione si rivela fallimentare anche dal punto di vista economico e un’inflazione straordinaria acuisce la crisi del Reich con esiti sociali e politici catastrofici (4.4.9, 4.4.10). Si apre così la strada a una reazione nazionalsocialista della quale Matteotti, ancora una volta con lo sguardo lungo del grande politico, comprende subito la portata eversiva. Quando a Monaco di Baviera i nazionalsocialisti di Adolf Hitler organizzano un tentativo di colpo di stato Matteotti non esita a mettere in guardia contro il «Mussolini della Baviera».

Negli stessi mesi partecipa alla riunione di Berlino dei leader socialisti europei impegnati a costituire una nuova Internazionale Socialista (4.4.11, 4.4.12) e denuncia la debolezza della Società delle Nazioni. Prefigura, nelle linee programmatiche delle Direttive del PSU, quegli Stati Uniti d’Europa che gli appaiono come l’unica soluzione equa ed efficace per garantire una pace duratura. 

Nelle Direttive (4.4.13) che Matteotti scrive nel 1923 e che saranno il programma elettorale del suo partito per le elezioni del 6 aprile del 1924, le ragioni della pace si sposano con quelle dell’internazionalismo:  

«L’Internazionale socialista mira a difendere e sostenere sempre la comune causa del lavoro, contro il parassitismo e la speculazione sfruttatrice dei diversi capitalismi. Dovrà quindi tentare o favorire ogni iniziativa che dirima i conflitti tra i popoli, li associ con vincoli pacifici, eviti o faccia cessare le opposte violenze e minacce. Dovrà favorire il formarsi di una vera Lega delle Nazioni e più immediatamente degli Stati Uniti d’Europa, che si sostituiscano alla frammentazione nazionalista di infiniti piccoli stati turbolenti e rivali. Dovrà rafforzare i sentimenti di solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo, per modo che si aiutino scambievolmente nella comune opera di redenzione sociale; dovrà soprattutto sospingere in ogni nazione la classe lavoratrice al potere politico, per assicurare il suo massimo interesse alla pace universale» (4.4.14).