1. La scuola e la prima formazione

Il piccolo Giacomo frequenta la scuola elementare a Lendinara, a pochi chilometri da Fratta Polesine, e consegue il primo diploma della scuola dell’obbligo nel 1893 (foto 2.1.1). Già da fanciullo Giacomo è uno studente brillante e viene premiato (2.1.1.1).

Prosegue poi con profitto gli studi superiori al Liceo Celio di Rovigo (2.1.2), dove si diploma brillantemente nel 1903 (2.1.3).

Tra i suoi compagni di studi figurano Umberto Merlin (2.1.4) (1885-1964) e Alcide Malacugini (2.1.5) (1887-1966). Merlin, che sarà esponente di spicco del Partito Popolare nel Polesine, diventerà sottosegretario nel primo governo Mussolini; divenuto oppositore del regime, avvocato di professione, sarà primo sindaco di Rovigo dell’Italia liberata, padre costituente e senatore della Repubblica. Malacugini, poi insegnante, attivista socialista e antifascista, nel secondo dopoguerra sarà costituente e poi deputato.

Negli ultimi anni del liceo Giacomo si trasferisce a Rovigo dove vive presso una famiglia; si dedica con profitto allo studio e frequenta la ricca biblioteca dell’Accademia dei Concordi (2.1.6), fondata nel Cinquecento, una delle più prestigiose istituzioni culturali della città.

Un anno prima del conseguimento della licenza liceale, nel 1902, muore, a 63 anni, il padre Girolamo; lascia la moglie Isabella, cinquantenne, e tre figli: Matteo, Giacomo e Silvio. 

Giacomo intende seguire negli studi di giurisprudenza e di economia politica le orme del fratello maggiore Matteo (2.1.7) che avrà un’influenza determinante anche sulla sua formazione intellettuale e di militante socialista.

Matteo, di 9 anni più grande di Giacomo, aveva compiuto gli studi universitari a Venezia e a Torino, dove era stato compagno di studi di Luigi Einaudi, sotto la guida di Salvatore Cognetti de Martiis. Nel 1901 pubblica per l’editore Bocca, a Torino, il saggio L’assicurazione contro la disoccupazione; mentre sono rimasti incompiuti un suo saggio su Il pauperismo e la disoccupazione e una ricerca sui primi carbonari di Fratta. Muore infatti precocemente di tisi in Liguria, a Nervi, il 18 marzo del 1909. Un grandissimo dolore per Giacomo, che farà tesoro delle ricerche e degli interessi del fratello maggiore. Il padre Girolamo forse non avrebbe incoraggiato l’inclinazione di Giacomo per il diritto e l’economia.  Una volta aveva affermato: «Ma non so, ‘sti fioj. I vol tuti studiar economia politica. Xela na roba che se guadagna i bezzi?» (Ma non so, questi ragazzi. Vogliono tutti studiare economia politica. È una cosa che fa guadagnare soldi?).


2. L’Università

La madre, invece, lo asseconda, e Giacomo nel dicembre del 1903 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Bologna, l’Alma Mater Studiorum. Presenta, con la domanda al Rettore (foto 2.2.1), il certificato di nascita (2.2.2) e il diploma di licenza liceale (2.2.3). Di lì a poco si trasferisce, a Bologna, al civico 32 di via Fondazza, una strada stretta che sale perpendicolare da Strada Maggiore fino a toccare via Santo Stefano, due delle strade più nobili della città. Poco distante da lui ha lo studio il pittore Giorgio Morandi. Lì nascerà, nel 1911 da una famiglia di tipografi, Anteo Zamboni, che sarà linciato dagli squadristi fascisti il 31 ottobre del 1926 dopo il fallito attentato a Mussolini (il 10 giugno del 2024 il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, ho scoperto una targa commemorativa accanto al portone della casa che ha ospitato Giacomo studente (2.2.4). Quando tornerà a Bologna per motivi professionali e di studio dopo la laurea, Giacomo si fermerà all’Hotel Baglioni.

Giacomo frequenta assiduamente i corsi all’università (2.2.5, 2.2.6) e vive la vita goliardica felsinea (2.2.7). Il Registro dell’accademia studentesca dell’Alma Mater (2.2.8, 2.2.9) riporta voti elevati e il profilo di uno studente brillante. Quella dell’Università di Bologna è la scuola giuridica più vivace del Paese e Giacomo ha quale relatore della sua tesi di laurea sul tema della recidiva (la reiterazione del reato) il professor Alessandro Stoppato (2.2.10), autorevole accademico. Di orientamento cattolico moderato, Stoppato apprezza molto il giovane studente (lo giudica presto «di intelligenza eletta e di animo buono») e lo incoraggerà in seguito a intraprendere la carriera accademica, offrendogli di fare pratica presso il suo studio legale e aprendogli la strada alla collaborazione con importanti riviste italiane di diritto penale. Tre volte deputato, Stoppato dal 1920 sarà senatore a vita. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, collabora alla stesura del codice di procedura penale del 1913, ma all’epoca degli studi del giovane Matteotti gode di grande notorietà soprattutto per il processo Murri, svoltosi nei tribunali di Bologna e Torino nel 1905 per l’omicidio del conte Francesco Bonmartini: un caso che ebbe all’epoca enorme risonanza.

Giacomo è un giovane studioso benestante, diligente nel suo impegno universitario e di aspetto piacevole e curato, come attestano i suoi ritratti di quegli anni (2.2.11, 2.2.12, 2.2.13). 

Negli anni della goliardia frequenta, tra gli altri, Adone Zoli e conosce Argentina Bonetti Altobelli che nel 1904, mentre Giacomo frequenta il primo anno di giurisprudenza, viene eletta alla guida della Federazione nazionale dei lavoratori agricoli: con la sua Federterra sarà per anni protagonista del riscatto sociale delle contadine e dei contadini d’Italia. Zoli (1887-1960), avvocato di solidi sentimenti religiosi, aderisce nel 1919 al Partito Popolare, di cui diviene uno degli esponenti più autorevoli. Antifascista e poi partigiano, è presidente del Consiglio e più volte ministro dell’Italia repubblicana (2.2.14). I rapporti con Argentina Altobelli (1866-1942) (2.2.15), sindacalista di radicata convinzione riformista, col crescere dell’impegno di Giacomo nelle organizzazioni agricole del suo Polesine si faranno negli anni assai più stretti. Sarà lei, nella primavera del 1920, a firmare a Roma, per le organizzazioni contadine polesane il cosiddetto Concordato Parini-Matteotti, un accordo sindacale di grande rilievo, frutto di una dura lotta con l’Agraria polesana.

Per fare un’analisi comparativa dei sistemi penali, utile a realizzare la sua tesi di laurea sulla recidiva, Giacomo viaggia a lungo in Europa. Si munisce di passaporto (2.2.16) e si trattiene per motivi di studio in Germania, Austria, Olanda, Belgio, Francia e Inghilterra. Parla già bene francese, inglese e tedesco e subito dopo la laurea approfondirà lo studio delle lingue insieme a quello della statistica. 

Il 7 novembre del 1907 corona i suoi studi universitari discutendo, relatore Stoppato, la sua tesi su I principi generali della recidiva (2.2.17, 2.2.18) con la quale si laurea con lode (2.2.19).

È incoraggiato a proseguire nello studio del diritto penale e decide di continuare l’attività di ricerca in campo giuridico mentre svolge pratica legale presso lo studio di Stoppato. 

Ma un’altra passione, la politica che da tempo andava a coltivando, irrompe nella sua vita.


3. Militante socialista e amministratore locale

Sempre seguendo l’esempio e l’incoraggiamento del fratello Matteo − consigliere comunale e provinciale, sindaco di Villamarzana, presidente della Società di mutuo soccorso di Fratta – Giacomo è assai precoce anche nell’impegno politico, che in qualche misura il padre, più tiepidamente, condivide. La sua iscrizione al Partito Socialista Italiano risale al 1898: ha appena 13 anni (foto 2.3.1). 

Nel 1901 (2.3.2) firma il suo primo articolo su «La Lotta», il settimanale dei socialisti polesani (2.3.3): «La proprietà è la cagione di tutti i mali» scrive Giacomo. Ha 16 anni e le idee molto chiare: il socialismo è l’unica speranza di cambiamento e di elevazione delle classi subalterne (2.3.4, 2.3.5).

Nonostante l’impegno profuso nello studio, il giovane riesce ad essere molto attivo anche in campo sociale. Nel 1904 fonda nella sua Fratta la prima Biblioteca popolare – convinto che la lettura e la cultura siano indispensabili strumenti di riscatto − e impegna tempo e sostanze personali per arricchirla di libri e di iniziative di formazione. 

Mentre frequenta i corsi del primo anno di giurisprudenza, nell’aprile del 1904 il Teatro Comunale di Bologna si tiene, sotto la direzione di Andrea Costa (2.3.6), l’ottavo Congresso del Partito Socialista (2.3.7) che vede prevalere l’ala massimalista di Arturo Labriola (2.3.8) su quella riformista di Filippo Turati (2.3.9) e di Leonida Bissolati (2.3.10).

Il 26 gennaio 1908 si tengono le elezioni amministrative e Giacomo Matteotti, alla sua prima candidatura, è eletto nel Consiglio comunale di Fratta Polesine (2.3.11). In seguito, grazie alla legge elettorale del tempo che consentiva l’elettorato passivo in qualsiasi collegio si pagassero le tasse avendo proprietà terriere o altre fonti di reddito, viene eletto anche a Boara e Villamarzana (2.3.12), dove sarà anche sindaco, e ancora a Lendinara, Badia e San Bellino. 

È da subito, come lui stesso si definisce, un «irregolare della politica». Di famiglia benestante si batte con convinzione per i contadini del Polesine e, più in generale per la causa degli umili. Sarà per questo più volte tacciato, sia dagli avversari politici che nel suo stesso partito, di essere un “traditore di classe”, un “socialista milionario” o, ancora, il “milionario impellicciato”. 

Ma sin da giovane Matteotti è un politico determinato, preparato, combattivo. Anche nei suoi primi interventi da amministratore locale i suoi discorsi sono sempre documentati, la sua linea intransigente. Declina la passione politica con una profonda preparazione giuridica, economica e amministrativa e si batte con decisione per il miglioramento delle condizioni di vita del proletariato, degli emarginati come i braccianti del suo Polesine, in nome di un socialismo che non esclude la lotta di classe ma vede soprattutto nella cultura e nella formazione civile dei lavoratori lo strumento del loro riscatto umano e sociale (2.3.13).

Da convinto riformista, è un gradualista: crede fermamente che democrazia e giustizia sociale si conseguano non con un moto rivoluzionario violento ma con una partecipazione consapevole dal basso, che cresce nel territorio e trova gli strumenti dell’emancipazione sociale nella solidarietà e nella cooperazione. Quella per cui si batte è una democrazia partecipativa e orizzontale, di prossimità, che si consolida nell’amministrazione locale attraverso gli strumenti del consenso e della rappresentanza.

La Lega di miglioramento fra i lavoratori dei campi, l’associazionismo e la cooperativa agricola, la scuola e l’amministrazione locale solo gli strumenti per formare i cittadini e consolidare la coscienza dei nuovi diritti sociali: sono, per Giacomo Matteotti, il tessuto economico e civile sul quale si costruisce il Sol dell’avvenire (2.3.14).

Così scrive su «La Lotta» il 27 luglio del 1908: 

«Sappiamo anche noi che il Comune in mano ai socialisti, anche per effetto della tutela asfissiante delle autorità tutorie, non può essere la cuccagna dei lavoratori ma […] noi dobbiamo aspirarvi per trasformarlo in una provvida funzione di patrimonio nell’interesse del proletariato. Così è che il problema dell’istruzione, dell’igiene, della beneficenza pubblica, il problema dei tributi locali e la municipalizzazione dei pubblici servizi sono in generale trascurati; mentre, visti dal nostro punto di vista, meritano di essere rispettosamente seriamente ponderati e avviati a soluzione con metodi e mezzi diversi da quelli in uso presso il feudalismo reazionario dei nostri conservatori».

In quegli anni in Polesine la contrapposizione tra l’asse clerico-liberale, che governava gli enti locali, e l’opposizione socialista era assai vivace e si manifestava attraverso accesi scontri verbali e dure campagne di stampa, poi con la strategia dell’abbandono dell’aula consiliare da parte dei componenti socialisti in segno di protesta perché i diritti della minoranza non venivano garantiti. A Fratta Polesine il sindaco Zamboni – applicando inflessibilmente la legge – fece votare dal consiglio nella seduta del 15 gennaio 10 la decadenza dalla carica dei membri della minoranza socialista, compreso Giacomo Matteotti, che avevano abbandonato la sala in segno di protesta.

L’8 agosto 1910 il Consiglio della Provincia di Rovigo respinge la richiesta di Matteotti di rinunciare all’incarico: era stato eletto a luglio mentre si trovava ad Oxford per ricerche sul sistema penale britannico e aveva rinunciato alla campagna elettorale. È così consigliere provinciale, nelle file dell’opposizione (2.3.15).

Tra i motivi della sua rinuncia, oltre alla prolungata permanenza all’estero, vi era certamente la profonda prostrazione causata dalla morte dell’amato fratello Matteo, avvenuta nella primavera precedente; a questa si univa la preoccupazione per il precario stato di salute del fratello minore Silvio (2.3.16, 2.3.17). In evidente consonanza con i fratelli, anche il giovane Silvio aveva aderito all’idea socialista e, nonostante la giovane età, era già apprezzato come organizzatore di leghe contadine e sostenitore della cooperazione agricola polesana (2.3.18). Anch’egli affetto da una grave forma di tisi, a soli 23 anni muore sul lago di Garda dove si era trasferito per curarsi dalla tubercolosi. Giacomo è, a questo punto, figlio unico di madre vedova.  Isabella Garzarolo, che all’epoca ha 59 anni, resta così sola ad amministrare le proprietà e i negozi di famiglia.

La solida fede riformista di Matteotti trova un’efficace formulazione già nel 1911, nell’articolo Come intendiamo il riformismo, pubblicato su «La Lotta» del 26 agosto:

«Siamo convinti che, se non si voglia rinchiudersi nel puritanesimo infecondo dell’intransigenza negativa, né tornare al sogno dell’urto miracoloso che scrolla il mondo borghese, è d’uopo accettare queste vie ardue e complesse che consentono quella ricostruzione evolutiva della società, che i socialisti si pongono come mezzo e come fine, come meta della loro fede […]  Un metodo penetrativo fatto di fermezza e di interesse fondamentale e di pieghevolezze e di duttilità esteriori; fatto di transigenze formali e di intransigenza sostanziale […].

Richiede un lavoro enorme, molteplice, vario; propaganda e organizzazione, revisione teorica e azione pratica, studio ed esperimento, preparazione tecnica per le riforme legislative, preparazione per l’opera amministrativa nei Comuni; facoltà di comprendere l’ideale e il reale, l’immediato e il lontano, di discernere il lecito dall’illecito, di conoscere l’anima popolare, di non titillarla demagogicamente; di accostarla e piegarla, ed educarla a essere astuta ma insieme diritta, pratica e idealistica, socialista insomma». 

Il 10 luglio del 1912 si registra la prima scissione all’interno del Partito Socialista Italiano. In occasione del Congresso nazionale indetto a Reggio Emilia dal 7 al 10 luglio, il direttore dell’«Avanti!», Benito Mussolini (2.3.19), chiede l’espulsione dei rappresentanti della destra riformista guidati da Leonida Bissolati e da Ivanoe Bonomi (2.3.20): lo scontro con la corrente massimalista si è acuito con la guerra di Libia (2.3.21), che molti riformisti sostengono; tra questi, Bissolati, Bonomi e Cabrini che danno vita al Partito Socialista Riformista Italiano – PSRI, al quale aderiscono anche Gino Piva, Giacomo Ferri e il direttore della rivista satirica «L’Asino», Guido Podrecca. Tra coloro che verranno emarginati figura anche Nicola Badaloni (2.3.22), «amato maestro» e leader storico del socialismo polesano, tra le cui fila si acuisce anche la contrapposizione interna a figure di spicco come Gino Piva.  Filippo Turati, Giacomo Matteotti e molti altri riformisti rimangono nel Partito, la cui guida è affidata a Costantino Lazzari (2.3.23) che era stato tra i fondatori, nel 1882, del Partito Operaio Italiano, poi confluito nel PSI. La maggioranza del PSI è ormai saldamente in mano alla corrente massimalista.

Pochi mesi più tardi, nell’ottobre del 1912, Giacomo Matteotti è eletto sindaco di Villamarzana. Nella stessa tornata amministrativa e in quella dell’anno successivo, che vedono in tutta la provincia di Rovigo una buona affermazione delle liste socialiste, è rieletto anche a Fratta Polesine, dove è anche vicesindaco, e a Frassinelle, dov’è assessore; è consigliere anche nei comuni di Villanova del Ghebbo, San Bellino, Castelguglielmo, Lendinara, Badia Polesine, Fiesso Umbertiano, Pincara e Boara Polesine.

Il 1914 è un anno importante per la politica e non solo per l’irrompere della Grande Guerra nello scenario nazionale e internazionale. Giacomo Matteotti consolida progressivamente la sua posizione di leader del socialismo polesano (2.3.24) ma la sua affermazione è segnata anche da una forte contrapposizione con Mussolini che si esplicita prima nel Congresso provinciale che si tiene a Rovigo tra il 13 e il 15 marzo e poi nel Congresso nazionale di Ancona (26-29 aprile 1914). 

Benito ha due anni più di Giacomo e alle spalle un’adolescenza ed una gioventù burrascose e studi irregolari; è un ragazzo aggressivo, più volte coinvolto in risse. Nel 1902 emigra in Svizzera per sfuggire alla leva; a Zurigo inizia l’attività di giornalista collaborando al periodico «L’avvenire del lavoratore», del quale diverrà direttore. Espulso, rientrato in Italia, condannato per diserzione e poi amnistiato, adempie gli obblighi militari e si dedica all’attività di insegnante. Ha un’oratoria trascinante e un’intelligenza assai viva.  È da poco divenuto esponente di spicco del Partito Socialista, al quale si era iscritto nel 1900, ed è, dal 1912, direttore del quotidiano di partito. È su posizioni decisamente massimaliste e convinto anti-interventista al tempo della guerra di Libia e del Congresso di Reggio Emilia. La distanza – sia politica che umana – tra Matteotti e Mussolini è da subito molto profonda. Si confrontano in loro, come scriverà Carlo Rosselli a dieci anni dall’assassinio nel suo Eroe tutto prosa, «due mondi, due concezioni opposte della vita» e in questo Matteotti «poteva dirsi veramente l’anti-Mussolini».  Lo scontro diverrà frontale – e fatale – negli anni del fascismo, ma già adesso nelle assise socialiste si fronteggiano due uomini profondamente diversi per formazione, cultura, indole.

Al Congresso di Ancona (2.3.25), che vede saldamente maggioritaria la corrente massimalista e conferma una linea politica assolutamente intransigente, entrambi avevano presentato due distinte mozioni che sanzionavano l’incompatibilità della doppia iscrizione al PSI e alla massoneria. Quella di Mussolini, che sarà approvata, imponeva l’espulsione per chi non si fosse adeguato alla delibera congressuale; quella di Matteotti – che peraltro non avrà mai simpatie massoniche – invitava gli interessati a rinunciare volontariamente, nell’intento di non creare un’ulteriore frattura con ampi strati della sinistra laica repubblicana e radicale, nelle cui file la massoneria raccoglieva allora molti adepti (2.3.26).

Le elezioni amministrative che si tengono il 7 giugno del 1914, per la prima volta a suffragio universale maschile, evidenziano nel Polesine un’ulteriore avanzata del Partito Socialista nella conquista delle amministrazioni locali: i Comuni “rossi” passano da 7 a 32. Giacomo, che pure aveva rifiutato la candidatura multipla allora consentita dalla legge – da parlamentare presenterà, nel 1920, una proposta di legge elettorale amministrativa di tipo proporzionale, con premio di maggioranza, che prevede la candidatura unica − è eletto in due consigli comunali: a Fiesso come consigliere e a Frassinelle come assessore. Viene inoltre confermato, ad Occhiobello, nel Consiglio provinciale e a ottobre sarà eletto presidente della deputazione provinciale, ma si dimetterà poco dopo: la prima riunione, che si tiene solo il successivo 2 ottobre a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale, sarà infuocata per l’intransigente atteggiamento neutralista dei socialisti guidati da Matteotti e il Consiglio viene immediatamente sciolto. (2.3.27) Sarà poi riconfermato consigliere provinciale, ancora una volta nel collegio di Occhiobello, nelle elezioni amministrative del successivo 28 febbraio. 

Ma nel 1915 altri eventi, pubblici e privati, imprimeranno una svolta alla vita del Paese e di Giacomo Matteotti.


4. L’uomo, la cultura e lo svago

Avevamo lasciato il giovane giurista Matteotti a Bologna, laureato cum laude. Negli anni successivi, mentre in Polesine si cimenta con la politica locale, continua a percorrere la via della ricerca giuridica, dell’apprendimento delle lingue e dei viaggi di studio. 

Prima e dopo la laurea − come si apprende della sua corrispondenza – risiede per qualche tempo a Roma, nell’abitazione del dottor Curzio Casini, per apprendere «un po’ di inglese», scambiare «qualche conversazione in tedesco» e affrontare la lettura di «qualche romanzo in francese». Ma cura anche in particolare, sulle orme di Matteo, lo studio della statistica, di cui già si ritrova ampia traccia nella tesi di laurea. Il professor Stoppato, con il quale si era laureato, continua a incoraggiarlo negli studi e lo sostiene nell’opera di revisione e ampliamento della tesi in vista di una pubblicazione per concorrere alla libera docenza. In merito gli scrive: «io sarò lieto di vederla salire», e nel frattempo nel lavoro dell’allievo riconosce «originalità di indagine», senza rinunciare a segnalare «qualche punto».

Il libro esce nel 1910 a Torino per i tipi di Bocca con il titolo La recidiva e il sottotitolo Saggio di revisione critica con dati statistici (foto 2.4.1). Già nell’Introduzione Matteotti sostiene l’urgenza di una riforma complessiva del sistema penale e penitenziale e presenta la recidiva come un fenomeno sociale in crescita, che solleva profondi interrogativi giuridici e sociali. Nel capitolo conclusivo, dal titolo La liberazione dal carcere e le pene a tempo indeterminato, prevede la necessità di accompagnare alla certezza della pena l’introduzione di soluzioni alternative al carcere e comunque finalizzate al recupero del condannato, nell’interesse tanto dell’individuo quanto della società.

Pubblica intanto sulla prestigiosa «Rivista di Diritto e procedura penale» del socialista Eugenio Florian un primo articolo sulla Nullità assoluta della sentenza penale e perfeziona la sua formazione giuridica nel corso del 1910 e nell’anno successivo con viaggi in Inghilterra, Belgio, Olanda, Francia, Austria e Germania. Avvia nel frattempo la collaborazione con altre autorevoli riviste come «Il Progresso del diritto criminale» (2.4.2) di Emanuele Carnevale e la «Rivista penale» del conservatore Luigi Lucchini (2.4.3) e prosegue con profitto la pratica presso lo studio legale Stoppato. I suoi lavori incontrano un favore sempre più ampio e gli giungono riconoscimenti in ambito accademico e professionale: la sua precoce autorevolezza gli sta aprendo la via, all’inizio degli anni Dieci, alla carriera universitaria.

Non ancora trentenne, Giacomo è un giovane attivo dinamico che sa coniugare la militanza politica con lo studio e l’attività professionale e che coltiva diversi interessi culturali − che vanno dalla letteratura al teatro, dalla musica alle arti figurative − senza peraltro trascurare la pratica sportiva, che ama. È un frequentatore abituale del teatro, sia di prosa che lirico, e del cinema che ai primi del secolo rappresenta una novità assoluta. Il cinematografo approda in Italia nel marzo del 1896 quando la Cinématographe Lumière (2.4.4) apre una sede a Roma, nello studio fotografico Le Lieure in vicolo del Mortaro. Il primo vero film prodotto in Italia è La presa di Roma, del 1905, e la prima grande sala cinematografica è il Moderno, che apre in quel periodo in piazza dell’Esedra, a Roma. 

Nel folto epistolario di Giacomo vi è traccia dei suoi interessi letterari e scientifici e delle numerose letture, oltre ad acute osservazioni sugli spettacoli e concerti ai quali ha assistito (2.4.5).

È un viaggiatore assiduo e curioso (2.4.6), e numerosi scatti fotografici lo ritraggono mentre si dedica all’escursionismo, al canottaggio, all’equitazione e all’alpinismo (2.4.7, 2.4.8, 2.4.9, 2.4.10, 2.4.11, 2.4.12, 2.4.12.1).

Giacomo Matteotti è insomma un giovane uomo brillante e cortese, che ama la vita e conduce un’esistenza attraversata da un vibrante attivismo, da una «fama d’azione» che diviene a volte ansia per il tempo che scorre inesorabile e che lo sprona a fare sempre di più. È una spinta che gli viene anche dall’amore per la velocità, così in linea con i tempi moderni e con quanto, anche in campo artistico, celebrano le avanguardie e prima tra tutte il movimento futurista di Filippo Tommaso Marinetti. Nel 1914 prende la “licenza di guida”: la sua è la patente numero 18 rilasciata in provincia di Rovigo; possiede anche un’automobile, all’epoca un lusso per pochi. 

È colto, di un’eleganza naturale e sobria, di bell’aspetto, ricco, poliglotta, amante dei viaggi e della buona compagnia. Il successo sembra venirgli incontro nella professione, nell’azione politica, nelle relazioni pubbliche e private (2.4.13).

Nell’estate del 1912 è a Boscolungo, sul monte Abetone, che già dalla fine Ottocento è frequentato da turisti e inizia a godere di buona fortuna anche all’estero. Vi si pratica ora lo sci e la località è riscoperta come luogo di villeggiatura sia estiva che invernale. Anche Giacomo Puccini vi acquista e ristruttura Villa Imperatori. È una località à la page, frequentata all’inizio del secolo dalla buona borghesia, da intellettuali e artisti (2.4.14).

All’uscita dal cinema, una sera, una folata di vento e il cappello di una ragazza vola. Giacomo lo raccoglie e glielo porge. Da quel momento le vite di Giacomo Matteotti e Velia Titta − il Giaki e il Chini, come presero affettuosamente a chiamarsi − saranno immediatamente, profondamente, inestricabilmente saldate fino alla morte.