1. Il 10 giugno e dopo: lo sgomento, le prime indagini. Il regime vacilla

Martedì 10 giugno 1924, poco prima delle 16.30, l’onorevole Giacomo Matteotti esce di casa, in Via Pisanelli e imbocca il lungotevere (foto 8.1.1), diretto al Parlamento; ha sotto il braccio la busta della Camera (8.1.2), che portava di solito, con poche carte e il passaporto. Viene aggredito dietro l’angolo, sul Lungotevere Arnaldo da Brescia (8.1.3), mentre va a piedi a Montecitorio. Ha compiuto da poco 39 anni ed è il segretario del Partito Socialista Unitario. A colpirlo è un gruppo di fascisti, tutti componenti della cosiddetta “Ceka fascista”, la polizia segreta costituita da Cesare – per tutti Cesarino – Rossi (8.1.4) su ordine di Mussolini. Li guida Amerigo Dumini e con lui ci sono – oltre ad altri complici, come Filippo Panzeri e Aldo Putato che controllano la scena, e al basista Otto Thierschädl – Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo (8.1.5). Il deputato è caricato a forza su un’auto, una Lancia nera, che si allontana a forte velocità (8.1.6). Lui si difende disperatamente, getta dal finestrino la sua tessera di deputato. Non riuscendo a tenerlo fermo, Viola afferra un pugnale e colpisce Matteotti tra l’ascella e il torace, uccidendolo. L’auto col cadavere gira a lungo nelle campagne romane, finché il corpo viene scaricato e sepolto in qualche modo presso Riano, nel bosco (la Macchia) della Quartarella (8.1.7). Questa la dinamica essenziale dei fatti, che progressivamente emergeranno, in forma più circostanziata, nella ricostruzione degli inquirenti e dalle testimonianze raccolte.

Quel pomeriggio assistono alla scena, e testimonieranno, i due bambini Amilcare Mascagna e Renato Barzotti, il netturbino Giovanni Pucci (8.1.8) e l’impiegato Giovanni Tavanna. Un’altra testimone, la portinaia Ester D’Erasmi, la sera prima aveva annotato il numero della targa dell’auto sospetta che si aggirava nel quartiere: 55-12169. È questa la chiave di volta delle indagini. L’auto era stata presa a nolo da Filippo Filippelli (8.1.9), direttore del «Corriere Italiano» (8.1.10), testata fiancheggiatrice del fascismo, e da lui consegnata a Dumini – un passato da ardito e da squadrista, con burrascosi trascorsi criminali, che si vanta di essere un assassino – che formalmente risulta alle dipendenze del giornale.

Quella sera, sola casa con i bambini, Velia passa ore di angosciosa attesa; telefona alle sorelle, a Milano, e decide che il giorno successivo andrà a chiedere notizie in Parlamento, ai colleghi di Giacomo. Mercoledì 11 l’assenza di Matteotti, iscritto a parlare in Aula, è notata. Inizia a serpeggiare la preoccupazione tra i deputati socialisti, messi sull’avviso da Velia; nel pomeriggio Menè Modigliani (8.1.11) si reca da lei e poi in Questura per denunciare la scomparsa.

Dumini è arrestato la sera del 12 giugno 1924 alla Stazione Termini di Roma, mentre si accinge partire per il Nord. Nella valigia ha i pantaloni insanguinati di Matteotti (8.1.12).

Venerdì 13 giugno la notizia del rapimento di Matteotti è in prima pagina su «La Giustizia» (8.1.13); il giorno dopo, la scomparsa del segretario del PSU apre le prime pagine di tutti i quotidiani, a partire dal «Corriere della Sera» (8.1.14). Nulla si sa dello scomparso, ma si pensa al peggio. «La Stampa» titola «L’on. Matteotti non è stato ancora ritrovato, ma nessun dubbio ormai sull’esecrato delitto». La speranza di ritrovare vivo Giacomo Matteotti è svanita. 

Sabato 14 il presidente del Consiglio, Benito Mussolini, riceve Velia dichiarando che sta facendo di tutto per trovarlo. Le dice che spera di restituirle presto il marito. Nel cassetto della scrivania ha il passaporto insanguinato di Matteotti. Il capo del governo, sollecitato dalle opposizioni, riferisce poi alla Camera: «Solo un nemico che da lunghe notti avesse pensato a qualcosa di diabolico, poteva effettuare il delitto che oggi ci percuote d’orrore e ci strappa grida d’indignazione».

Polizia e magistrati inquirenti sono da subito al lavoro: si svolgono i primi interrogatori dei testimoni, si fanno sopralluoghi (8.1.5, 8.1.16). Il magistrato incaricato delle indagini è Mauro Del Giudice, giurista intransigente e difensore dell’indipendenza della magistratura; gli viene affiancato Umberto Guglielmo Tancredi, procuratore aggiunto, che sembra più gradito al governo, ma si dimostrerà inquirente rigoroso (8.1.17). Anche la polizia è mobilitata. Si distinguono le indagini della polizia scientifica, coordinate da Ugo Sorrentino, che scriverà il fortunato trattato La scienza contro il crimine (8.1.18), che svolge accurate rilevazioni sull’auto usata per il sequestro, nel frattempo ritrovata con gli interni laceri e imbrattati di sangue (8.1.19, 8.1.20, 8.1.21, 8.1.22, 8.1.23).

Nel giro di poco tempo tutti i responsabili del delitto e alcuni fiancheggiatori vengono arrestati. Ma è ormai evidente la complicità del regime e le responsabilità di collaboratori di Mussolini, a partire dal capo ufficio stampa Cesarino Rossi, e di una figura importante come il capo della Polizia e della Milizia, il senatore Emilio De Bono.

Lo sconcerto e l’orrore sono enormi, in Italia e all’estero. Ovunque si registrano manifestazioni spontanee di dissenso e prese di distanza dal governo, ritenuto coinvolto nella vicenda. I socialisti sono mobilitati. Molti fascisti restituiscono la tessera.

Consapevole della necessità di soddisfare la domanda di giustizia che cresce nell’opinione pubblica, il 17 giugno Mussolini impone le dimissioni a Cesare Rossi e ad Aldo Finzi (8.1.24), sottosegretario all’Interno, indicati dall’opinione pubblica e dalle indagini di Del Giudice come i più coinvolti a causa delle note frequentazioni con gli uomini di Dumini. Viene dimissionato anche il capo della polizia De Bono e il giorno seguente lo stesso Mussolini rinuncia all’interim del ministero dell’Interno, che affida a Luigi Federzoni (8.1.25).

Il PSU, guidato da Turati, dirama un comunicato stampa che accusa il governo: «L’autorità politica assicura solerti indagini per consegnare alla giustizia i colpevoli, ma la sua azione appare totalmente investita dal sospetto di non volere, né potere colpire le radici profonde del delitto, né svelare l’ambiente da cui i delinquenti emersero».

Il 18 giugno, nel carcere romano di Regina Coeli, Del Giudice interroga Filippo Filippelli che dichiara che Dumini, la sera del 10 giugno, gli aveva rivelato l’esistenza della Ceka: «un’operazione speciale per conto di un organismo sorto in seno al quadrumvirato del partito, e diretto da Cesare Rossi e dal segretario amministrativo del Partito nazionale fascista, Giovanni Marinelli». 

Il 18 giugno Marinelli (8.1.26), è arrestato. A Milano è sciolta dal prefetto l’organizzazione degli arditi fascisti. Il 22 giugno si costituisce spontaneamente l’ex vicesegretario politico del PNF Cesare Rossi, in quel momento capo dell’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio.

Il fronte dell’omertà che copre Mussolini inizia a sfaldarsi. È necessario un segnale delle istituzioni a sostegno del governo e del regime. Il re tace. Giorni prima aveva ricevuto Mussolini ostentando cordialità. Il capo del governo ha tuttavia bisogno di un voto di fiducia, senza esporsi nel campo insicuro della Camera. Il 26 giugno 1924 è riunito il Senato che, a larga maggioranza, riconferma la fiducia a Mussolini con 225 voti favorevoli (compreso quello di Benedetto Croce) su 252. Gli unici tre senatori a denunciare le responsabilità di Mussolini, nonostante le minacce ricevute, sono Carlo Sforza (8.1.27), Mario Abbiate e Luigi Albertini (8.1.28).

Il 27 giugno 1924 i deputati delle opposizioni – che si costituiranno in Comitato – su proposta di Giovanni Amendola (8.1.29) si riuniscono nella sala della Lupa di Montecitorio, poi nota come Sala dell’Aventino”, decidendo di abbandonare i lavori parlamentari finché il governo non avesse chiarito la propria posizione a proposito dell’omicidio Matteotti.  L’obiettivo è quello di ottenere la caduta del governo, grazie anche a un auspicato intervento della corona, che non si verificherà, per andare a nuove elezioni (8.1.30).

In quell’occasione Filippo Turati commemora, con accenti particolarmente commossi, Giacomo Matteotti (8.1.31) e affida alla memoria collettiva la sua immagine come Martire per la libertà: Giacomo è, nell’oratoria di Turati, il volontario della morte, colui che afferma: «Uccidete me, ma l’idea che in me non la ucciderete mai … la mia idea non muore … i miei bambini si glorieranno del loro padre… i lavoratori benediranno il mio cadavere».

Il giorno dopo alcuni parlamentari si recano in pellegrinaggio nel luogo in cui Matteotti era stato rapito e depongono una corona d’alloro (8.1.32, 8.1.33). Sulla spalletta del Tevere una mano pietosa ha dipinto una croce dove da giorni vengono deposti fiori dai cittadini (8.1.34). Molti si fermano in preghiera (8.1.35).

Oltre la spalletta è piantata una croce con una coccarda, che sarà presto fatta sparire (8.1.36).

L’8 luglio il governo rende operativo il decreto-legge, votato l’anno precedente ma mai pubblicato, che limita fortemente la libertà di stampa e sottopone i giornali al controllo dei prefetti. La Camera dei deputati viene chiusa da Mussolini per una lunga, lunghissima sospensione estiva dei lavori.


2. Il ritrovamento del corpo e i funerali

Proseguono, intanto, febbrili quanto inutili le ricerche del corpo di Matteotti. Si sparge la voce che sia stato gettato nel lago di Vico e subito iniziano ricerche e sopralluoghi dei magistrati (foto 8.2.1), della polizia di molti esponenti socialisti (8.2.2, 8.2.3) e di volenterosi.  La notizia si rivela priva di fondamento, probabilmente un depistaggio, come molti altri che vengono alimentati nell’estate del 1924.

Il 14 agosto un cantoniere che perlustra una strada tra Sacrofano e Riano trova, nel fossato che serve allo scolo delle acque, una giacca macchiata di sangue e mancante della manica sinistra (8.2.4, 8.2.5, 8.2.6). Lo viene a sapere il capitano dei carabinieri Pallavicini, che sta cercando il corpo di Matteotti in quella zona. Interroga il cantoniere e si fa consegnare tutto. I suoi uomini trovano nei paraggi la manica mancante, macchiata di sangue. Mostrano tutto a Velia Matteotti, che conferma: è la giacca di suo marito.

Il cadavere è rinvenuto la mattina del 16 agosto a Riano, nella macchia della Quartarella, all’interno della tenuta del principe Boncompagni; a trovarlo è Ovidio Caratelli (8.2.7), brigadiere dei Carabinieri in licenza e figlio di un guardiano della tenuta. Caratelli sosterrà di essere stato guidato dal fiuto della cagnetta Trapani, ma molte circostanze autorizzano a pensare che il ritrovamento sia stato pianificato ad arte. Gli inquirenti (8.2.8) e i compagni di partito, guidati da Turati (8.2.9), si precipitano sul posto.

La polizia scientifica è prontamente al lavoro e reperta tutto (8.2.10, 8.2.11, 8.2.12).

Il corpo è trasferito temporaneamente a Riano (8.2.13, 8.2.14, 8.2.15), dove il 18 si procede all’identificazione da parte dei cognati e di alcuni deputati. Il cadavere è ormai in avanzato stato di decomposizione e vien quindi convocato il dentista che aveva in cura Matteotti per identificare gli interventi sulla dentatura.   

La mattina del 17 agosto la notizia del ritrovamento del cadavere è ripresa con il massimo rilievo dalla stampa nazionale. Per il giornale di Mussolini, «Il Popolo d’Italia», ciò mette fine a ogni “speculazione” (8.2.16, 8.2.17).

Concluse tutte le analisi e procedure medico-legali, il feretro è trasferito alla stazione di Monterotondo (8.2.18), dove si è radunata una grande folla (8.2.19, 8.2.20). La sera del 19 agosto il treno sul quale è caricata la bara con la salma di Matteotti parte da Monterotondo Scalo (8.2.21, 8.2.22) diretto a Fratta Polesine, dove giunge alle 6 del mattino successivo. Il trasporto notturno è imposto dal governo, contro il desiderio di Velia, per impedire manifestazioni pubbliche di cordoglio al passaggio del treno. 

Nel prendere accordi con il ministro dell’Interno Federzoni per il trasporto della salma, la vedova esige che durante il trasporto e durante il funerale non siano presenti esponenti del PNF e della Milizia.

«Chiedo che nessuna rappresentanza della Milizia fascista sia di scorta al treno: nessun milite fascista di qualunque grado o carica comparisca, nemmeno sotto forma di funzionario di servizio. Chiedo che nessuna camicia nera si mostri davanti al feretro e ai miei occhi durante tutto il viaggio, né a Fratta Polesine, fino a tanto che la salma sarà sepolta. Voglio viaggiare come semplice cittadina, che compie il suo dovere per poter esigere i suoi diritti; indi, nessuna vettura-salon, nessun scompartimento riservato, nessuna agevolazione o privilegio; ma nessuna disposizione per modificare il percorso del treno quale risulta dall’orario di dominio pubblico. Se ragioni di ordine pubblico impongono un servizio d’ordine, sia esso affidato solamente a soldati d’Italia»

La mattina del 20 agosto, all’arrivo a Fratta Polesine, la salma viene deposta nella sala di ingresso di Casa Matteotti (8.2.23), a poche centinaia di metri dalla ferrovia. Un manifesto dei socialisti polesani dà notizia dei funerali dell’indomani (8.2.24).

Il 21 agosto 1924 ai funerali di Matteotti, a Fratta Polesine, partecipano circa diecimila persone, il triplo degli abitanti del paese. Tra loro anche molti fascisti, ma non in camicia nera, come chiesto dalla vedova. (8.2.25, 8.2.26, 8.2.27, 8.2.28).

Il corteo si compone con la corona del Partito Socialista Unitario (8.2.29), poi i fiori e le insegne della Camera dei deputati, del Comune di Fratta e poi tutte le altre. Seguono i soldati del battaglione del III Genio, poi il feretro, quindi la vedova. La bara è portata a spalla dei familiari di Velia: Titta Ruffo, Emerico Steiner, Titta Ruffo Jr. e Mino Steiner (8.2.30, 8.2.31, 8.2.32). Al camposanto (8.3.33) i contadini scavalcano le mura superando il blocco dei carabinieri: gridano invettive contro il governo ma la vedova li invita alla calma. Si levano grida tra i socialisti presenti: «Vendetta!… Viva Matteotti! Viva il martire! Viva la libertà!…». Velia dice loro e alle donne che portano fiori: «Andate a casa. Siate buoni, ed amatevi come insegnò Gesù Cristo» (8.2.34). Non esistono foto che la ritraggono. I piccoli Bughi, Cialda e Chicco portano il lutto (8.2.35).


3. La denuncia Donati.  3 gennaio 1925: «…a me la colpa!»

Dopo il funerale cominciano a diffondersi i primi “santini” che ricordano Giacomo Matteotti (foto 8.3.1). Intanto, gli ulteriori accertamenti effettuati ad agosto, gli inquirenti acquisiscono gli atti della polizia scientifica e accertano che il deputato è deceduto per una ferita d’arma da taglio inferta sulla parte sinistra del torace quando si trovava ancora nell’automobile.

Il 18 settembre 1924 è formalizzata la cosiddetta “infornata” di 43 nuovi senatori. In vista della possibile costituzione del Senato in Alta Corte di Giustizia, Mussolini, in piena intesa con il re cui spetta la nomina, consolida i seggi di Palazzo Madama (8.3.2) con uomini di provata fede fascista. 

Dal 9 ottobre «Il Popolo» è l’organo ufficiale del Partito Popolare. Il 25 ottobre don Luigi Sturzo è costretto a lasciare l’Italia (8.3.3). Mentre iniziano a girare memoriali – di autodifesa o con finalità minatoria – dei diversi attori della vicenda, da Cesare Rossi a Filippo Filippelli, una novità giunge clamorosa a sottrarre le indagini alla magistratura ordinaria. Il 6 dicembre 1924 Giuseppe Donati (8.3.4), direttore del «Il Popolo» e apprezzato giornalista d’inchiesta, presenta una denuncia nei confronti di Emilio De Bono (8.3.5) accusato, tra altre imputazioni, di depistaggio nelle indagini relative all’assassino di Giacomo Matteotti. Essendo De Bono senatore del Regno il processo viene trasferito al Senato, costituito in Alta Corte di Giustizia come previsto dall’art. 4 dal regolamento giudiziario nella Camera alta. 

Mauro Del Giudice, nelle sue memorie, scriverà che la denuncia di Donati è la «causa principale e originaria del fallimento della lunga istruttoria giunta al suo punto culminante».

Sottratti alla giustizia ordinaria, gli atti passano alla Commissione permanente di istruzione dell’Alta Corte di Giustizia presso il Senato presieduta dal generale Vittorio Zuppelli (8.3.6). Tra i capi di imputazione contestati a De Bono figura l’accusa di aver fatto parte di un’associazione a delinquere, conosciuta col nome di “Ceka” e di aver «cooperato alla realizzazione del delitto e averne favorito gli esecutori materiali».

A fine mese gli eventi precipitano. Mentre «Il Mondo» di Giovanni Amendola pubblica il memoriale di Cesare Rossi (8.3.7), nel quale l’ex braccio destro del Duce accusa esplicitamente i vertici del partito di essere responsabili dell’omicidio di Giacomo Matteotti, la maggioranza vive momenti di forte tensione.  Il 29 dicembre 1924, Mussolini convoca i direttori dei giornali del Partito per dichiarare che «il tentare di separare il Capo dai gregari è fatica vanissima ed insana» e rassicura i suoi sul fatto che sarebbero stati adottati a breve «gli ordinati sviluppi legislativi della nostra Rivoluzione, che dovranno adeguare uomini ed istituti alle necessità sempre maggiori della Patria».

Questo è il contesto, questa la premessa del discorso che Benito Mussolini pronuncia, il pomeriggio del 3 gennaio 1925, alla Camera dei deputati (8.3.8). È, per Italia, il punto di non ritorno:

«Sono io, o signori, che levo in quest’Aula l’accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo…

Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito?

Ebbene, io dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea, ed al cospetto di tutto il popolo italiano, che assumo (io solo!) la responsabilità (politica! morale! storica!) di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il Fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il Fascismo è stato un’associazione a delinquere, a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato» (8.3.9).

Nella notte del 3 gennaio Luigi Federzoni, ministro dell’Interno, invia ai prefetti telegrammi riservati che traducono in pratica i propositi autoritari di Mussolini. Le cosiddette “leggi fascistissime” avrebbero poi completato l’opera, soffocando ogni residua libertà.


4. I processi: in Senato, nel 1925; a Chieti, nel 1926; Roma, nel 1947

IN SENATO

Presieduta dal generale Vittorio Zuppelli, l’Alta Corte di Giustizia del Senato lavora in fretta. Il procedimento contro Emilio De Bono si chiude con la sentenza del 12 giugno 1925 che dichiara di «non farsi luogo a procedere» contro De Bono «per inesistenza del fatto» in merito all’accusa principale e per non aver concorso alla realizzazione del fatto in ordine agli altri capi di imputazione. Prosciolto dalle accuse, De Bono verrà poi nominato il governatore della Libia (foto 8.4.1).

Dopo cinque mesi, gli atti del procedimento sono restituiti dal Senato alla Sezione di accusa della Corte di Appello di Roma, che potrebbe riprendere le indagini. Ma il 4 settembre del 1925 il presidente della Sezione di accusa, Mauro Del Giudice, viene promosso procuratore generale della Corte di Appello di Catania e sostituito da Antonio Albertini. Anche Guglielmo Tancredi viene promosso sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione e sostituito nell’incarico da Nicodemo Del Vasto (8.4.2), cognato di Roberto Farinacci, ben noto esponente del Partito Nazionale Fascista e futuro difensore di Dumini nel processo di Chieti.

L’istruttoria dei nuovi magistrati romani si conclude con la sentenza del 1° dicembre 1925: la Sezione di accusa accoglie le richieste del procuratore generale e rinvia a giudizio i cinque esecutori materiali dell’omicidio – Dumini, Volpi, Viola, Poveromo e Malacria – escludendo tuttavia la premeditazione quale circostanza aggravante. Non c’è, invece, luogo a procedere nei confronti di Putato e Panzeri, per insufficienza di prove; per gli altri imputati – Marinelli, Filippelli, Rossi e Naldi – per non aver commesso il fatto, né avervi concorso. È ben chiaro che il processo al regime invocato dai molti, e al quale Pietro Nenni aveva dedicato un libro subito sequestrato (8.4.3), non si farà.

A CHIETI

Invocando «gravi motivi di pubblica sicurezza» la Corte di Cassazione il 21 dicembre 1925 accoglie l’istanza del procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma e trasferisce il processo Matteotti a Chieti, alla Corte d’Assise. Battezzata dalla stampa «città camomilla», Chieti è una cittadina tranquilla, facilmente controllabile, lontana dai clamori metropolitani (8.4.4).

Mussolini vuole che il processo si svolga senza clamori (8.4.5) e vieta ogni manifestazione di piazza, anche di parte fascista. È di diverso avviso Roberto Farinacci (8.4.6) che, essendo avvocato, indossa la toga del difensore e intende trasformare il processo in una tribuna politica. Il contesto gli è del resto favorevole: le signore della migliore società teatina cuciono personalmente la toga del ras di Cremona. Grazie a un ferreo controllo dell’autorità prefettizia e della polizia, il processo si svolge in sordina, secondo le direttive del Duce.

Dura soltanto 8 udienze, che si tengono a partire dal 16 marzo 1926 (8.4.7). È chiaro da subito che si tratterà di un processo politico, che non farà giustizia (8.4.8). Con una scelta sofferta, Velia Matteotti rinuncia a costituirsi parte civile e lo scrive al presidente del Tribunale. L’atto sarà accompagnato da una nota dall’avvocato di parte civile, Menè Modigliani, che suona come un duro atto d’accusa. A rappresentare la famiglia resterà in aula un altro amico e compagno di Giacomo Matteotti, l’avvocato Pasquale Galliano Magno (8.4.9). Chiuso il processo, il regime renderà la vita assai difficile a entrambi gli avvocati. 

Il dibattimento è presieduto da Francesco Danza, la pubblica accusa è sostenuta dall’avvocato generale Alberto Salucci, la difesa degli imputati, come preannunciato, è affidata all’oratoria fluente e patriottica di Roberto Farinacci. I giurati, rispondendo alle 35 questioni loro proposte, riconoscono colpevoli di «complicità corrispettiva in omicidio preterintenzionale» i soli Dumini, Volpi e Poveromo (8.4.10, 8.4.11). È dunque esclusa la premeditazione mentre sono concesse le attenuanti generiche: i tre sono condannati alla pena di anni 5, mesi 11 e giorni 20 di reclusione nonché all’interdizione perpetua dai pubblici uffici (8.4.12). Tenuto conto della detenzione già scontata e delle amnistie concesse dal regime, saranno liberi da lì a poco (8.4.13). Escono invece assolti dal procedimento gli imputati Viola e Malacria, per non aver commesso il fatto. Si chiude così quello che passerà alla storia come il “processo farsa” di Chieti (8.4.14).

A ROMA, nel 1947

Caduto il regime fascista l’8 settembre 1943, mentre ancora si combatte nell’Italia del Centro e del Nord, il governo del generale Pietro Badoglio emana il decreto luogotenenziale del 27 luglio 1944, n.159, che stabilisce che le sentenze pronunciate per i delitti fascisti possono essere dichiarate «giuridicamente inesistenti» quando sulla decisione abbia influito lo stato di coercizione morale determinato dal fascismo. Il processo di Chieti è, dunque, nullo.

La Cassazione (8.4.15) dichiara così inesistenti le precedenti sentenze e trasmette nuovamente gli atti alla Corte di Appello che a sua volta affida l’istruttoria alla sezione competente di Roma, presieduta da Gennaro Giuffrè, che acquisisce anche il memoriale di Mauro del Giudice (8.4.16). Il fascicolo è inizialmente aperto contro Benito Mussolini ed altri, ma la morte del Duce e di altri potenziali coimputati fa sì che nel processo che segue – nella primavera del 1947, con l’accusa sostenuta dal pubblico ministero Giovanni Spagnuolo – siano condannati soltanto Domini, Viola e Poveromo. Con sentenza del 4 aprile 1947 la Corte di assise di Roma (8.4.17) li condanna alla pena dell’ergastolo, poi commutata in trent’anni di reclusione. La Corte manda libero Filippelli perché i reati da lui commessi (complicità e favoreggiamento) sono stati estinti dall’amnistia; sempre per estinzione dei reati a seguito dell’amnistia la Corte dichiara di non doversi procedere nei confronti degli altri imputati: Rossi, Giunta e Panzeri. Viola, da tempo latitante, è condannato in contumacia. Amleto Poveromo (8.4.18) muore in carcere a Parma, nel 1953, all’età di 59 anni. Il capo della Ceka, Amerigo Dumini è scarcerato dopo sei anni, nel 1953 ed è poi graziato definitivamente nel 1956; racconta la sua vita romanzesca nell’autobiografia dal titolo 17 colpi. Muore a Natale del 1967, a 73 anni, per un incidente domestico (8.4.19).