1. 1923: il fascismo consolida la sua presa sullo Stato. Dalle Direttive del PSU alla riforma Gentile

Nel 1923 le previsioni e i timori di Matteotti si dimostrano fondati. Il fascismo consolida la sua presa sullo Stato, grazie anche a due decisive riforme: quella della scuola di Giovanni Gentile e quella elettorale, nota come legge Acerbo. All’inizio dell’anno Giacomo (foto 7.1.1) è alle prese con l’organizzazione del nuovo partito, il PSU, che deve attrezzarsi per contrastare la fascistizzazione dello Stato (7.1.2, 7.1.3). Il giovane segretario avvia la campagna di tesseramento e si dedica all’organizzazione della nuova struttura del partito, con sede a Roma – dove finalmente la famiglia Matteotti ha trovato casa, in Via Pisanelli n. 40, al Flaminio (7.1.4) – senza tuttavia rallentare l’intensa attività parlamentare (7.1.5, 7.1.6).

Nei primi mesi dell’anno Giacomo è spesso in giro per l’Europa: è a Berlino (7.1.7, 7.1.8), Parigi e Londra dove prende contatti con i partiti socialdemocratici europei e dove interviene a conferenze e convegni, in vista della costituzione della IOS, l’Internazionale Operaria e Socialista che si propone come alternativa democratica all’Internazionale comunista. Ormai vive una vita semiclandestina: nel mese di febbraio gli viene ritirato il passaporto. 

Il tema del contrasto al fascismo e della difesa dei presidi di libertà, in Parlamento, ma soprattutto nelle campagne e nelle fabbriche, è al centro della linea politica che Matteotti tratteggia nelle Direttive del PSU (7.1.9) che sono diffuse all’inizio dell’anno. Le Direttive costituiranno anche il programma per le ormai imminenti elezioni, che si terranno nella primavera dell’anno successivo, e vengono presentate in incontri pubblici, resi sempre più difficili dalla vigilanza e dalla repressione del regime, in diverse città d’Italia.  Il programma del nuovo partito segna un ulteriore punto di frattura rispetto alla tradizione massimalista: per la costruzione di una nuova società i riformisti del PSU puntano sulla pianificazione economica, sulle infrastrutture, sulla modernizzazione del Paese, sulla leva dell’istruzione. Ma, soprattutto, non si rivolgono più soltanto al proletariato: per costruire un argine solido contro il dilagare della dittatura è necessario anche l’apporto dei ceti medi produttivi e di tutte le coscienze democratiche.

Il giornale del partito è una testata storica, «La Giustizia», che è stata trasformata da settimanale in quotidiano, con sede a Milano. La direzione è affidata a Claudio Treves

È grazie ai “pieni poteri” che il ministro dell’Istruzione Giovanni Gentile (7.1.10, 7.1.11) con il totale sostegno di Mussolini (7.1.12, 7.1.13), redige e fa approvare, a partire da aprile, i regi decreti che mutano profondamente assetti e finalità del sistema nazionale dell’istruzione, orientando decisamente il mondo della scuola e dell’università verso un nuovo ordine: autoritario, classista, centralista e confessionale.

Per Mussolini è «la più fascista delle riforme», per Turati e Matteotti è «il manganello applicato alla scuola».

Quella voluta da Gentile è una scuola d’élite, fatta per formare la classe dirigente di un Paese autoritario e reazionario. In tre anni di applicazione, coerentemente alle premesse del ministro (7.1.14, 7.1.15), la popolazione scolastica cala del 30%, nella scuola elementare e superiore; quella universitaria scende del 18%.Ma Mussolini apprezza la riforma anche per un altro motivo: la nuova scuola sarà un potente strumento per la propaganda fascista, essenziale per forgiare, a partire dai balilla e dalle piccole italiane, i fascisti di domani. «Credere, obbedire, combattere» diventa il precetto del “catechismo” fascista (7.1.16).


2. L’ultima estate in famiglia. La legge Acerbo e la frattura tra i Popolari

Nel maggio 1923 Velia e Giacomo – che finalmente vivono insieme, con i figli nella casa romana – si dividono di nuovo: lei (foto 7.2.1, 7.2.2) si trasferisce a Fratta Polesine, con i bambini, dove deve aiutare la suocera, sempre più anziana, che da anni gestisce da sola il patrimonio della famiglia. Scrive però presto al marito che non può durare: «Mamma pensa quasi con sicurezza che passiamo qui l’estate; ma se è come questi primi giorni, non ci potrei resistere». 

Il 2 luglio, a Siena per il Palio (7.2.3), assieme alla moglie e ai cognati, Matteotti è aggredito: riconosciuto da un gruppo di fascisti viene malmenato ed è costretto ad abbandonare la città.

Poche settimane più tardi la famiglia si riunisce per le vacanze estive in montagna, sull’Altopiano delle Rocche, nel cuore dell’Abruzzo. Poche fotografie (7.2.4) ci restituiscono un Giacomo trentottenne, sereno insieme ai bambini a Roccaraso (7.2.5, 7.2.6). Sarà la sua ultima estate.

Anche quell’agosto è segnato dalla lunga scia del sangue versato dai fascisti: il 27, ad Argenta dove è parroco, viene brutalmente ucciso don Giovanni Minzoni (7.2.7) che si era battuto in difesa dello scautismo e contro la violenza squadrista.

Ma l’evento politicamente più rilevante di quella tumultuosa stagione si registra nell’autunno: il 18 novembre diviene legge dello Stato la riforma elettorale che porta il nome di Giacomo Acerbo (7.2.8, 7.2.9). Il provvedimento, varato dopo duri contrasti nell’aula parlamentare e tra gli schieramenti politici, mantiene il sistema proporzionale ma attribuisce uno straordinario premio di maggioranza – pari ai due terzi dei parlamentari – alla lista che supera il 25% dei consensi. Con l’appoggio della vecchia classe dirigente liberale e di un’ormai spaccato Partito Popolare, il Parlamento si condanna alla dissoluzione e si consegna nelle mani di Mussolini (7.2.10).

Luigi Sturzo (7.2.11), il sacerdote che nel 1919 aveva lanciato appello «a tutti gli uomini liberi e forti» (7.2.12) e aveva fondato il Partito Popolare, durante il dibattito parlamentare esprime con fermezza la sua contrarietà. Ma, nonostante sia stato da poco eletto segretario del partito nel Congresso di Torino (7.2.13), è costretto alle dimissioni prima dell’approvazione della legge. È un duro colpo per la democrazia parlamentare ed è anche un chiaro segno di dove si va orientando la simpatia politica del Vaticano. Consapevole della deriva autoritaria che sta travolgendo le istituzioni democratiche, Matteotti continua la sua battaglia in Parlamento e sulla stampa. A novembre «Critica Sociale» ospita un suo ben documentato articolo – La serie dei disavanzi italiani (7.2.14) – nel quale demolisce la politica finanziaria del governo Mussolini. È un’anticipazione della ferma denuncia che farà, mesi più tardi, del presunto pareggio di bilancio millantato, soprattutto all’estero, dal Duce. Grazie alla sua solida competenza in materia di bilanci, Matteotti, con la forza dei numeri e il rigore delle cifre, smonta le “partite di giro” di Mussolini e del ministro de’ Stefani (7.2.15).


3. Un anno di dominazione fascista e le elezioni del 6 aprile 1924

Fatta la nuova legge elettorale, Mussolini preme perché si vada al più presto alle elezioni. Il voto è fissato per il 6 aprile 1924. Il Partito Socialista Unitario, sospinto da Matteotti, serra i ranghi e si prepara all’appuntamento elettorale. Parte la nuova campagna di tesseramento (foto 7.3.1, 7.3.2) e, soprattutto, si cerca di diffondere e far conoscere il programma del partito, contenuto nelle Direttive pubblicate l’anno precedente.

A gennaio, il segretario respinge la proposta di Palmiro Togliatti che, nome del Partito Comunista d’Italia, propone un accordo per creare «un fronte unico di opposizione proletaria al fascismo» a condizione che sia escluso come obiettivo politico il «ritorno alle libertà statutarie» Per Matteotti la proposta è irricevibile e accusa i comunisti di aver «diviso e indebolito il proletariato italiano nei momenti di più grave oppressione e pericolo».

In un clima di crescente difficoltà per la repressione poliziesca e per la dilagante violenza fascista, ha inizio una travagliata campagna elettorale. Dopo che al PSU sono state negate diverse piazze, si riesce finalmente a fissare il primo appuntamento il 20 gennaio a Torino, al Teatro Scribe (7.3.3). Qui Turati espone la linea del partito; interviene poi il segretario Matteotti che presenta la sua linea di radicale e intransigente opposizione al fascismo quale premessa per il riscatto morale e politico del Paese. Il suo discorso è molto apprezzato da due giovani che, pur non aderendo al PSU, sono venuti ad ascoltare: si chiamano Piero Gobetti (7.3.4) e Carlo Rosselli (7.3.5). Non possono sapere che i loro destini si incroceranno con quello di Matteotti e dell’Italia. 

A febbraio Matteotti pubblica, a cura del Partito Socialista Unitario, la prima edizione del dossier Un anno di dominazione fascista, stampato a Roma (7.3.6). 

È la prima – e resterà per decenni l’unica – dettagliata, analitica e ben documentata esposizione dei crimini del fascismo: un lucido atto d’accusa che inchioda il regime di Mussolini alle sue responsabilità e lo denuncia di fronte all’opinione pubblica d’Italia e del mondo. L’apparato repressivo si scatena immediatamente. Matteotti ne consegna una copia, facendola registrare, alla Biblioteca della Camera, ma la copia scompare e la pubblicazione è introvabile. Nel testo sono puntigliosamente descritti tutti i fallimenti e le mancate promesse del governo fascista sul piano economico e finanziario. Inoltre Matteotti elenca, una per una, con date, luoghi e nomi le violenze perpetrate dalle squadre fasciste in Italia dalla fine del 1922. 

Il testo è preceduto da una frase lapidaria:

«Il governo fascista giustifica la conquista armata del potere politico, l’uso della violenza e il rischio di una guerra civile, con la necessità urgente di ripristinare l’autorità della legge e dello Stato, e di restaurare l’economia e la finanza salvandole dall’estrema ruina.

I numeri, i fatti e i documenti raccolti in queste pagine dimostrano invece che mai tanto, come nell’anno fascista, l’arbitrio si è sostituito alla legge, lo Stato asservito alla fazione, e divisa la nazione in due ordini, dominatori e sudditi».

E così conclude:

«…alla dominazione fascista una sola cosa è certamente dovuta: che i profitti della speculazione del capitalismo sono aumentati di tanto, di quanto sono diminuiti i compensi e le più piccole risorse della classe lavoratrice e dei ceti intermedi, che hanno perduto insieme ogni libertà e ogni dignità di cittadini».

Un anno sarà ristampato nel mese di giugno, dopo l’assassinio, in 2.500 copie, al costo di lire 4, che andranno tutte esaurite. Un’anticipazione sintetica dell’atto d’accusa è nell’articolo intitolato Dopo un anno di dominazione fascista che a gennaio Matteotti affida alle colonne di «Critica Sociale» (7.3.7, 7.3.8).

La campagna elettorale prosegue in un clima di violenza dilagante. Le squadre fasciste svolgono una sistematica azione di intimidazione e di assalto. Numerosi sono i candidati aggrediti e picchiati. Antonio Piccinini (7.3.9) sarà assassinato, nella sua Reggio Emilia, il 28 febbraio e il suo cadavere esposto a monito degli antifascisti. Il PSU darà disposizioni perché sia ugualmente votato: è l’unico caso in Italia di un defunto eletto in Parlamento (7.3.10).

A marzo Matteotti è in Sicilia per la campagna elettorale. Il 23, mentre cena in un ristorante di Cefalù (7.3.11) con alcuni compagni, una squadra di fascisti lo aggredisce, intimandogli di andarsene. Arrivano i carabinieri, che consigliano a Matteotti di uscire dalla porta secondaria. Lui rifiuta: «Io non esco dalle porte secondarie, esco dalle porte principali». Mentre si dirige verso la stazione i fascisti lo seguono e un “camerata”, Giuseppe Miceli, gli strappa il cappello, che per anni sarà conservato come un cimelio da una famiglia fascista del luogo. 

Eppure non tutti, anche nel partito, sono pronti a impegnarsi: come scrive Giacomo alla moglie Velia «è tempo di piccole viltà».  Il segretario del PSU è tra i pochi a comprendere che lo scontro con Mussolini che si consumerà con il voto sarà decisivo per le sorti del partito, della democrazia, del Paese. A fine marzo scrive a Turati:

«Anzitutto è necessario prendere, rispetto alla Dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fin qui. La nostra resistenza al regime dell’arbitrio deve essere più attiva; non cedere su nessun punto: non abbandonare nessuna posizione senza le più decise, le più alte proteste». La campagna elettorale è infuocata, radicalizzata pro o contro Mussolini e il fascismo (7.3.12, 7.3.13, 7.3.14). Finalmente, il 6 aprile si vota (7.3.15, 7.3.16). Giacomo Matteotti viene rieletto deputato nella lista del Partito Socialista Unitario che, pur essendo stato fondato da poco più di un anno, ottiene il 5,9% dei voti e 24 deputati, superando il Psi, (5%), e i comunisti, (3,7%). Solo il Partito popolare, tra i non fascisti, ha fatto meglio, ottenendo un 9%.  Ma Lista Nazionale – il «listone» di Mussolini – raccoglie 4.653.488 voti, pari al 64,9% (7.3.17, 7.3.18). Nel nuovo Parlamento si insedia una schiacciante maggioranza fascista (7.3.19).


4. 30 maggio 1924. L’ultimo discorso

Preso atto dell’esito del voto, Matteotti è pronto a dare battaglia a livello sia nazionale che internazionale. Ha chiara l’idea che la propaganda del regime è all’estero particolarmente efficace e che sta imponendo l’immagine di un’Italia pacificata grazie al regime mussoliniano. Decide dunque di intraprendere un viaggio nelle principali capitali europee per illustrare ai socialisti e all’intera opinione pubblica la tragica realtà nella quale versa il Paese. Intende anche realizzare edizioni in lingua inglese, francese e tedesca di Un anno di dominazione fascista per documentare il vero volto della dittatura. Dovrà espatriare clandestinamente, perché è ancora senza passaporto.

Prima, tuttavia, si concede un breve viaggio che testimonia sia dell’amore di Giacomo per la cultura, e per il teatro in particolare, sia dello spirito di sfida che sempre lo anima. Eleonora Duse (foto 7.4.1), considerata la più grande attrice del tempo, sia era spenta il 21 aprile a Pittsburgh, mentre era in tournée negli USA. Le solenni esequie si tengono, in Italia, ad Asolo e la cerimonia diviene una kermesse di regime; Giacomo, tuttavia, vi partecipa, confuso tra la folla (7.4.2), per rendere l’estremo omaggio alla grande attrice e al ritorno trova un passaggio su un camion di fascisti, spacciandosi per attore.

A fine aprile è a Londra, dove ha contatti con i laburisti di J. Ramsay McDonald (7.4.3), allora al governo. La traduzione inglese di Un anno di dominazione fascista sarà pubblicata, poco dopo l’assassinio, nelle edizioni dell’Independent Labour Party con il titolo The Fascisti Exposed. A Year of Fascist Domination (7.4.4, 7.4.5). Nell’introduzione Oskar Pollak, dopo aver presentato succintamente l’autore, racconta l’incontro con Matteotti dell’aprile precedente:

Gli chiedemmo perché intendesse correre un rischio così grande [tornando in Italia] ed egli rispose semplicemente: «La nostra gente ha bisogno di incoraggiamento. Capiranno che non siamo obbligati a sopportare tutto in silenzio […] La cosa peggiore, insopportabile anche per il più forte tra di noi, è che da due anni a questa parte, lasci la casa al mattino non sapendo se la sera ritornerai…». Disse ciò con grande calma. E poi tornò in Italia e morì.

Anche la versione francese è pubblicata dopo l’assassinio di Matteotti con il titolo Une année de domination fasciste (7.4.6, 7.4.7) edita a Bruxelles dalla casa editrice L’Églantine. Il testo di Matteotti arriva poi nel mondo tedesco attraverso un saggio dal giornalista e scrittore Hanns-Erich Kaminski, Fascismus in Italien, Grundlagen, Aufstieg, Niedergang (Il fascismo in Italia: fondamenti, ascensione, declino) pubblicato a Berlino nel 1925. In appendice è inserita un’ampia sintesi dell’opera matteottiana, con il titolo: Ein Jahr Fascisten-Herrschaft (7.4.8, 7.4.9).

Rientrato in Italia Matteotti firma, il 25 maggio, il suo ultimo articolo su «La Giustizia» e scrive: «Ho sempre visto una identità sostanziale tra tutti i socialisti e una antitesi netta soltanto con il comunismo». 

Il 24 maggio – data fortemente evocativa – del 1924 si era inaugurata alla Camera, alla presenza del re, la XXVII legislatura (7.4.10). Nell’aula di Montecitorio sono presenti, con Mussolini, 374 deputati fascisti. Il successivo 30 maggio (7.4.11) si svolge la prima seduta, presieduta da Alfredo Rocco (7.4.12), e l’aula è chiamata, a sorpresa e contro la prassi parlamentare, a convalidare in blocco l’elezione dei candidati fascisti. 

Le opposizioni sono spiazzate. Filippo Turati invita Matteotti (7.4.13) a chiedere di parlare: lui raccoglie le sue poche carte e interviene a braccio. Contesta la validità delle elezioni, dice che si sono svolte sotto la minaccia «di una milizia armata» al servizio del capo del governo. Partono gli schiamazzi, le interruzioni, gli insulti. I deputati fascisti scendono dall’emiciclo, il presidente Rocco li fa sgombrare. «Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto» intima Roberto Farinacci (7.4.14) a Matteotti. «Fareste il vostro mestiere», risponde lui. Rocco tenta più volte di togliergli la parola, poi lo invita a parlare sì, «ma prudentemente». Matteotti replica secco: «Non voglio parlare né prudentemente né imprudentemente, ma parlamentarmente» e prosegue la sua denuncia dei brogli e del clima di violenza e intimidazione nel quale si è svolta la campagna elettorale enumerando, com’è nel suo stile, dati, fatti e circostanze. Il segretario del PSU è particolarmente documentato: ha chiesto ai compagni di mandargli resoconti dettagliati e sta preparando un aggiornamento del suo libro-dossier Un anno di dominazione fascista

Dopo numerosissime interruzioni e minacce riesce a concludere dopo oltre un’ora – senza interruzioni il discorso sarebbe durato 20 minuti – con un vibrante appello: «Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro». 

Al collega Giovanni Cosattini (7.4.15) che si congratula per l’efficacia del discorso replica amaro: «Adesso preparate la mia commemorazione funebre» (7.4.16).

Durante l’intero intervento Mussolini dà palesi segni di insofferenza, sembra mormorare ai suoi che deve essere liberato da Matteotti. Nel suo memoriale il capo ufficio stampa Cesarino Rossi riferisce che il Duce esige che non vada più in giro. Pochi giorni prima, del resto, dalle colonne de «Il Popolo d’Italia» Mussolini aveva scritto che Matteotti si sarebbe trovato «con la testa rotta (ma proprio rotta)». 

Un altro scontro, questa volta diretto, si consuma in Parlamento il successivo 4 giugno quando Matteotti rinfaccia con durezza a Mussolini la contraddittoria posizione assunta dal governo in materia di amnistia ai disertori. In quelle ore i sicari della Ceka fascista guidata da Amerigo Dumini (7.4.17) sono già a Roma, all’Hotel Dragoni, pronti a colpire. Intanto il segretario del PSU continua ad attaccare frontalmente Mussolini e il suo governo sulla stampa inglese e su quella italiana. La dittatura, con il suo corollario di violenza, di malaffare e di corruzione sono documentati negli articoli che escono in quei giorni su «The Statist», «Echi e commenti» e su «English Life» il successivo 6 luglio.

Nel mese di giugno Matteotti richiede il passaporto e stavolta, a sorpresa, glielo danno. Gli serve per andare in Austria, alla Seconda internazionale ma rinuncia all’ultimo momento, non vuole infatti mancare alla discussione parlamentare sull’esercizio provvisorio di bilancio, per la quale ha lungamente preparato il suo discorso, fissato per l’11 giugno. 

Fino all’ultimo Matteotti si impegna con ostinazione e rigore nell’opera di puntigliosa documentazione dei crimini di Mussolini. La sera della vigilia dell’assassinio Turati e Anna Kuliscioff sono a Roma e lo invitano a cena ma Giacomo declina con cortesia, spiegando che sta alacremente lavorando all’atteso discorso che dovrebbe tenere in Parlamento l’11 giugno e a Un anno e mezzo di dominazione fascista (7.4.18), aggiornamento del suo libro-denuncia. È pienamente consapevole che la posta politica in gioco in quelle ore è enorme: era costata molte vite e ne esigeva forse un’altra ancora, la sua. Nella breve biografia che l’amico e collaboratore Aldo Parini scriverà subito dopo il delitto si riportano le lucide parole di Matteotti a Raffaele Rossetti (7.4.19):

«Gli italiani sono stati troppe volte ingannati dai capi nei quali avevano posto la propria fiducia; oggi essi sono disposti a credere soltanto a chi mostra loro il proprio sangue».Il pomeriggio del 10 giugno del 1924, a Roma, per mano fascista si spezza una vita e si chiude una stagione. Quelli che seguono, i lunghi anni della dittatura e poi della guerra e della Resistenza, fanno di Matteotti – come scriverà Carlo Rosselli nel ricordo intitolato Eroe tutto prosa – «il simbolo dell’antifascismo e dell’eroismo antifascista». Pochi giorni, mentre crescono, in Italia e all’estero, lo sgomento e lo sdegno per la scomparsa di Matteotti, «Critica Sociale» dedica la copertina al Martire (7.4.20).