1. 1921: il Congresso di Livorno e i fatti di Ferrara

Può sembrare oggi un paradosso, ma è un fatto: al XVII Congresso del Partito Socialista Italiano (foto 6.1.1) che si tiene a Livorno in un clima di straordinaria tensione, prossimo alla guerra civile, si parla molto dell’adesione all’Internazionale comunista e del futuro assetto del partito, ma nulla si dice del fascismo che dilaga nel Paese e minaccia le istituzioni democratiche e le organizzazioni dei lavoratori. 

Il 15 gennaio 1921, al Teatro Goldoni (6.1.2), l’ala riformista guidata da Filippo Turati (6.1.3) è nettamente minoritaria e il gruppo degli “ordinovisti”(dal nome della pubblicazione fondata a Torino da Antonio Gramsci e altri socialisti torinesi) guidati da Gramsci, Togliatti, Tasca e Bordiga (6.1.4, 6.1.5, 6.1.6, 6.1.7) preme perché la maggioranza, massimalista, che si nutre dell’attesa messianica della rivoluzione, li espella e aderisca all’Internazionale comunista; ciò non accadrà e l’ala filosovietica abbandonerà la sala per fondare il Partito comunista d’Italia – Sezione italiana dell’Internazionale comunista. È una vittoria per il settario Bordiga e, apparentemente, per Turati, ma la tregua all’interno del Psi sarà di breve durata. Lo stappo nella sinistra italiana è profondo e avrà significative ripercussioni (6.1.8, 6.1.9, 6.1.10, 6.1.11).

In un contesto altamente conflittuale, Matteotti è iscritto a parlare a sostegno della tesi riformista ma non prenderà mai la parola: lo raggiunge la notizia che a Ferrara sono stati arrestati il sindaco socialista Temistocle Bogianckino (6.1.12) e il segretario della Camera del Lavoro Gaetano Gilardini, sia per i fatti del Castello Estense del dicembre precedente – con numerosi morti lasciati sul terreno dopo l’assalto al Comune da parte delle squadre fasciste – sia per impedire loro di raggiungere Livorno. Ora i fascisti dilagano e assaltano la Camera del Lavoro. Matteotti si precipita a Ferrara. Arriva martedì 18 in soccorso dei compagni e per assumere nell’immediato la direzione della Camera del Lavoro. Le camicie nere lo aspettano: viene aggredito, sputato, malmenato mentre le forze dell’ordine, evidentemente sulla base di istruzioni ricevute e di una linea di condotta che diventerà abituale, non intervengono (6.1.13).

Nei mesi di gennaio e febbraio le violenze fasciste si intensificano nel Polesine: un centinaio di fascisti ferraresi bruciano a Pincara la sede dell’ufficio di collocamento socialista, quindi si recano a Lendinara dove incendiano la Lega contadina, irrompono nell’abitazione del capolega Luigi Ghirardini e lo uccidono con due colpi di moschetto; nella notte tra il 25 e il 26 febbraio muore lo squadrista sedicenne Edmo Squarzanti, raggiunto dal fuoco incrociato dei suoi compagni durante le concitate fasi di un assalto.


2. Le prime denunce del fascismo alla Camera del 31 gennaio e del 10 marzo 1921: il “sistema Polesine”. L’aggressione di Castelguglielmo e il bando

Già l’anno precedente, a Milano, la sede del giornale socialista «Avanti!» era stata assaltata e devastata (foto 6.2.1, 6.2.2); ora le «squadre d’azione» fasciste dilagano in tutta Italia, imponendosi con brutalità (6.2.3, 6.2.3.1).  

Il 31 gennaio 1921 Giacomo Matteotti (6.2.4) denuncia le violenze fasciste alla Camera: nel discorso riconosce che il Psi non teme singoli episodi di violenza in quanto tali: «Siamo un partito […] che prevede necessariamente la violenza e sa che, ledendo un’infinità di interessi, avrà delle reazioni più o meno violente, e non se ne duole»; ammette che anche dalla sua parte ci sono stati episodi violenti: «può essere avvenuto che la teorizzazione della violenza rivoluzionaria, che mira a sopprimere lo Stato borghese, e a sostituirvi lo Stato socialista, possa avere indotto taluni nell’errore di azioni episodiche di violenza». 

Ma ben diversa, sostiene Matteotti, è la natura del movimento fascista: 

«Oggi in Italia esiste un’organizzazione pubblicamente riconosciuta e nota nei suoi aderenti, nei suoi capi, nella sua composizione e nelle sue sedi, di bande armate, le quali dichiarano (hanno questo coraggio che io volentieri riconosco) dichiarano apertamente che si prefiggono atti di violenza, atti di rappresaglia, minacce, violenze, incendi, e li eseguono non appena avvenga o si pretesti che avvenga alcun fatto commesso dai lavoratori a danno dei padroni o della classe borghese. È una perfetta organizzazione della giustizia privata; ciò è incontrovertibile». 

Infine, accusa il presidente Giolitti, che lo interrompe seccamente, di essere «complice di tutti questi fatti di violenza». Conclude invocando il ritorno alla legalità e afferma: «per conto nostro, mai come in questo momento abbiamo sentito che difendiamo insieme la causa del socialismo, la causa del nostro Paese e quella della civiltà».  

Il 10 marzo Giacomo Matteotti tiene alla Camera un altro lungo e ben documentato discorso nel quale elenca e condanna le violenze fasciste. Cita tutti gli ultimi episodi avvenuti nel suo Polesine, frazione per frazione. Racconta come si svolgono le azioni squadriste: «Nel cuore della notte arrivano i camions di fascisti nei paeselli»: guidati dall’Agraria, le camice nere circondano la casa del capolega e minacciano di bruciarla, lo fanno scendere, lo sequestrano e lo torturano. Se oppone resistenza è ucciso all’istante (6.2.5, 6.2.6).

Matteotti è il primo ad intuire tutta la pericolosità e la gravità del fenomeno fascista, ed è tra i primi a sperimentarla. Il 12 marzo, due giorni dopo la denuncia in Parlamento, è aggredito a Castelguglielmo (6.2.7) dove va a una riunione con le leghe, accompagnato dal sindaco di Pincara. Lì si erano concentrati i fascisti della provincia, che impediscono la riunione e devastano l’ufficio della lega. Viene portato nella sede dell’Agraria, sequestrato per ore, malmenato e insultato; poi è caricato su un camion e portato in giro per le campagne, ripetutamente minacciato di morte. Forse stuprato. Lo rilasciano a Lendinara a tarda notte e lo obbligano a tornare a Rovigo a piedi. Lo avvertono che, se non vuole essere ucciso, non deve più tornare in Polesine. È il “bando”, e fa parte della strategia di smantellamento delle riorganizzazioni socialiste che l’Agraria, dopo averla messa a punto nel Polesine e in Emilia, esporterà in tutta Italia. Il divieto di fare ritorno nel proprio collegio elettorale, che di fatto segna la morte politica dei deputati socialisti, non è una mera minaccia. Proprio per aver violato il bando, Giuseppe Di Vagno (6.2.8) viene colpito a morte a Mola di Bari il 25 settembre del 1921 dalle squadre fasciste dei Caradonna. Aveva fatto ritorno nella sua Puglia per tenere il comizio di inaugurazione della locale sede del partito. I suoi assassini, molti dei quali minorenni, resteranno impuniti. Riformista e pacifista come Matteotti, Giuseppe Di Vagno è il primo deputato socialista assassinato dai fascisti (6.2.9).


3. Il 15 maggio si vota. Mussolini approda in Parlamento. Il Patto di pacificazione e il suo fallimento

Il 15 maggio del 1921 gli italiani tornano a votare. Preso atto dell’instabilità politica della fragile maggioranza che lo sostiene, il vecchio Giolitti (foto 6.3.1) ha voluto le elezioni per cogliere l’opportunità politica rappresentata dalla scissione di Livorno e approfittare della lacerazione in campo socialista. Nella sua lista nazionale – il «blocco» – coerentemente alla politica di coinvolgimento delle opposizioni che aveva già sperimentato nei confronti dei socialisti e dei popolari, inserisce anche i fascisti (6.3.2, 6.3.3, 6.3.4).

Sarà l’inizio della fine della democrazia liberale, ma pochi al momento se ne rendono conto. Mussolini (6.3.5) approda in Parlamento con 35 deputati fascisti, ai quali si affiancano i 10 rappresentanti nazionalisti. 

Alle elezioni di maggio Giacomo Matteotti – che a Montecitorio si sta battendo per le autonomie locali (6.3.6) – viene eletto di nuovo deputato nel collegio di Padova-Rovigo. Con oltre ventimila preferenze, è il primo degli eletti, anche se, a causa del bando, gli era stata negata la possibilità di fare campagna elettorale.  I socialisti però perdono, nel Veneto, quasi due terzi dei voti che avevano ottenuto due anni prima, scendendo al 24,9%, addirittura sotto la media nazionale (al 25%). Il blocco moderato-conservatore raggiunge a livello nazionale la maggioranza assoluta (55%). Le amministrazioni rosse hanno perduto consensi a causa del loro inconcludente massimalismo e, soprattutto, delle violenze: la campagna elettorale è segnata da intimidazioni e dagli assalti a molte sedi politiche e sindacali. 

Il primo successo elettorale non placa l’attacco fascista alle istituzioni democratiche. Si assiste anzi, proprio nei mesi successivi al voto, a una nuova ondata di una violenza sistematica e militarizzata che, muovendo dall’Emilia e dal Polesine di Matteotti, si estende all’intero Paese (6.3.7, 6.3.8). Nasce in quel contesto, dalle ceneri di un biennio rosso che si sta  trasformando in biennio nero, il controverso «Patto di pacificazione», ovvero l’accordo, firmato il 3 agosto del 1921 tra socialisti e fascisti. L’intesa  viene siglata a Montecitorio, nell’ufficio del presidente della Camera Enrico De Nicola (6.3.9), sotto gli auspici di Benito Mussolini, che sostiene il patto dopo averne discusso con il presidente del consiglio Ivanoe Bonomi (6.3.10). Mussolini, che forse mira a rompere il fronte socialista, coglie il momento per proporsi al Parlamento e alla pubblica opinione come il pacificatore di un’Italia dilaniata dalla guerra civile. A sottoscrivere il patto sono i deputati socialisti Pietro Ellero e Tito Zaniboni e i deputati fascisti Giacomo Acerbo e Giovanni Giuriati (6.3.11, 6.3.12). L’accordo ha comunque, come previsto da molti, vita brevissima. Il congresso regionale dei Fasci emiliani e romagnoli, radunatosi d’urgenza il 16 agosto a Bologna, respinge il Patto di pacificazione e chiede la convocazione di un congresso nazionale dei Fasci (il Partito Nazionale Fascista, o PNF, vede la luce ufficialmente nel novembre successivo). In quell’occasione i Ras, i potenti gerarchi fascisti locali tra i quali spiccano le figure di Italo e di Roberto Farinacci, esprimono la loro totale estraneità ai patti sottoscritti e si schierano apertamente contro Mussolini, accusandolo di aver ceduto alla pressione del palazzo e del nemico socialista; sui manifesti che tappezzano la città si legge una condanna che suona come un avvertimento: «Chi ha tradito, tradirà». Immediata è l’adesione dei capi fascisti di Firenze e di Venezia e di Perugia che pure denunciano il Patto: a Mussolini, incalzato dall’opposizione interna, non rimane che fare marcia indietro. E la marea della violenza nera risale (6.3.13, 6.3.14, 6.3.15).


4. 1922. La violenza fascista dilaga. L’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia.  Verso una nuova scissione del PSI

Nel febbraio del 1922, alla Camera, Giacomo Matteotti pone il veto sul tentativo di Giolitti, che continua a considerare il rappresentante del peggiore vecchia politica italiana, di costruire una maggioranza di governo con l’astensione socialista.

La campagna di tesseramento del PSI (foto 6.4.1) parte con difficoltà in un clima di sistematica aggressione delle organizzazioni dei lavoratori e dei movimenti democratici da parte delle squadre fasciste. Sedi di partito, Camere del Lavoro, articolazioni territoriali delle organizzazioni dei lavoratori e della cooperazione sono l’obiettivo dei corpi paramilitari neri (6.4.2, 6.4.3). Anche il sindacato è duramente colpito dall’onda repressiva finanziata da Confindustria e Confagricoltura: il numero di tesserati della CGdL (6.4.4) e di Federterra cala drasticamente. 

È in questo contesto che, su ispirazione di Matteotti che già inizia a registrare e a documentare con puntigliosa meticolosità gli assalti e le devastazioni delle camicie nere, la direzione del Partito Socialista fa redigere e pubblicare un primo, organico documento di denuncia. Si intitola Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia (6.4.5) e uscirà a marzo a Milano, nelle edizioni Avanti!. Il testo descrive minuziosamente l’ampio ventaglio delle violenze perpetrate dallo squadrismo fascista ai danni di militanti e istituzioni socialiste nel periodo compreso tra la primavera del 1919 e il giugno del 1921 (6.4.6).

Dalla fine di febbraio a guidare il governo, che non è più in grado di controllare la situazione, è Luigi Facta (6.4.7) che si autodefinisce «giolittiano dalla personalità sbiadita». Il suo primo governo dura pochi mesi, il secondo ancor meno: sarà travolto dalla marcia su Roma, che non riesce ad arginare.

Per i socialisti riformisti guidati da Turati l’unica strada ormai percorribile per contrastare la minaccia squadrista è una grande coalizione dei partiti democratici che ponga un argine al montante fascismo, che è ancora minoritario nel Paese e in Parlamento. Si inizia a parlare di «collaborazione» e, con l’appoggio di parte del Gruppo parlamentare, il 28 luglio 1922 Menè Modigliani (6.4.8) presenta un ordine del giorno per chiedere un impegno condiviso nel contrastare illegalità e violenza che continuavano ad abbattersi sulle organizzazioni politiche ed economiche con un urto eversivo in grado di travolgere lo Stato. Modigliani invoca un’azione decisa «a difesa della libertà e del diritto di organizzazione inteso come pregiudiziale inderogabile dell’avvenire civile dell’Italia e dei suoi ceti produttivi». Il giorno successivo, mentre sono in corso le consultazioni per quello che sarà il secondo governo Facta, Filippo Turati dà un segnale inequivocabile di scelta della via legalitaria alla difesa delle istituzioni. Contravvenendo a una tradizione ormai consolidata tra i socialisti, sale al Quirinale (6.4.9), sperando in una risolutiva svolta democratica. Sarà deluso dal colloquio con il re (6.4.10), ma la sua scelta segna un punto di frattura ormai irrecuperabile tra le due anime del suo partito, quella riformista e quella massimalista, che confida ancora nella svolta rivoluzionaria. Una nuova separazione è ormai inevitabile in quello che resta della grande casa socialista.


5. Matteotti segretario del PSU. La marcia su Roma e il governo Mussolini I. Lo scontro sui “pieni poteri”

Se si evoca l’ottobre del 1922 immediatamente la memoria va alla marcia su Roma. Ma quel mese decisivo nella storia d’Italia si apre, proprio nella Capitale, nella Casa del Popolo di via Capo d’Africa (foto 6.5.1), con un altro evento di grande portata politica. Dal 1° al 4 ottobre si tiene, infatti, il XIX Congresso del Partito Socialista che segna una nuova dolorosa lacerazione: l’ala riformista di Turati e Matteotti viene espulsa dalla maggioranza massimalista di Giacinto Menotti Serrati (6.5.2) che ha deciso, con questo atto, di adempiere alle condizioni poste da Mosca per l’adesione all’Internazionale comunista. Lo strappo è profondo e riguarda non solo la scelta tra comunismo e socialismo ma anche la strategia nei confronti del fascismo. I riformisti di Turati, infatti, sono tacciati di “collaborazionismo”, ovvero di essere favorevoli a una politica di coalizione – collaborazione, appunto – con i popolari e i liberali democratici per creare un fronte comune contro il fascismo; i massimalisti ritengono tale soluzione un tradimento della classe operaia e un impedimento a «fare come in Russia». 21 anni più tardi, con la “svolta di Salerno” del marzo del 1944, Togliatti sposerà la tesi che era stata di Turati e Matteotti; ma ora la parola d’ordine è «i socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti» (6.5.3, 6.5.4).

La mattina del 4 ottobre i riformisti espulsi (6.5.5) si riuniscono nella sede dell’Università Proletaria (sempre nella Casa del Popolo) e danno vita al Partito Socialista Unitario (PSU), denominazione che vuole sottolineare che in esso sarebbero stati accolti non soltanto gli appartenenti alla frazione riformista ma tutti i socialisti che non vogliono assoggettarsi alla «dittatura della cosiddetta internazionale di Mosca». Nel simbolo del nuovo partito campeggiano la parola LIBERTÀ e il sole nascente (6.5.6). Alla nuova formazione (6.5.7) aderiscono il vecchio nucleo storico del riformismo – guidato da Turati, Kuliscioff, Treves e Modigliani – e 63 deputati su 122; la segreteria è affidata al “giovane” Giacomo Matteotti (6.5.8), apprezzato per la preparazione unita alla lucidità e alla tenacia dell’azione politica. Giacomo (6.5.9), già preso da un’attività organizzativa frenetica, accetta in spirito di servizio, ma giorni più tardi confida in una lettera alla moglie Velia: «Intanto, per annegare del tutto ho accettato anche il segretario del Partito. Ma per poco spero». Sarà invece segretario fino alla morte.

Gli eventi incalzano. Il 24 ottobre si tengono a Napoli il Congresso e la grande adunata del Partito Nazionale Fascista (6.5.10): è la prova generale della marcia su Roma (6.5.11, 6.5.12).  Il 28 ottobre – guidate dai quadrumviri Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi – raggiungono Roma 25.000 camicie nere, che diventeranno 300.000 nel celebre discorso di insediamento che Mussolini pronuncerà alla Camera. Il re rifiuta di firmare lo stato d’assedio della Capitale – l’esercito era già schierato (6.5.13) – proposto dal debole governo Facta e il 30 ottobre, dopo ore di convulse trattative riservate tra la piazza e la corona, convoca Mussolini, giunto nella Capitale in vagone letto per sfilare con i quadriumviri (6.5.14), e gli conferisce il mandato per la formazione del governo (6.5.15). Il 16 novembre il nuovo capo del governo esordisce in Parlamento con un discorso durissimo che ha il sapore di una minaccia non eseguita, ma appena rinviata, che incombe cupa sulla Camera: «Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…». È appena l’inizio della svolta autoritaria che cambierà l’Italia per un ventennio: molti iniziano a parlare di “regime fascista”. Giacomo Matteotti, che ha lo sguardo lungo del grande politico, non è d’accordo: quella di Mussolini è per lui, da subito, una «dittatura».

Forte della piazza e del sostegno della corona, Mussolini chiede immediatamente “i pieni poteri” e Matteotti, da riformista e da convinto parlamentarista, sostiene la prima delle grandi battaglie che lo opporranno a Mussolini, ma invano. Il 3 dicembre il Parlamento approva la legge che delega i «Pieni poteri al Governo del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione». Il segretario del PSU è il relatore di minoranza e osteggia strenuamente il provvedimento: sa già che sarà quello l’uovo di serpente dal quale nasceranno i decreti per la progressiva fascistizzazione dello Stato.

Sempre a dicembre il segretario del PSU pronuncia alla Camera un altro duro discorso contro i fascisti e li definisce «bande di criminali». Gli gridano di tacere. «Non ingiuriare» gli intima il quadriumviro De Vecchi. «Credevo che ricordare ai professionisti la loro professione non fosse un’ingiuria» replica Matteotti, continuamente interrotto. Lo scontro è ormai frontale.