1. Il Diciannovismo: la vittoria mutilata, Mussolini e i Fasci di combattimento, D’Annunzio a Fiume

A Montecitorio il giovane deputato Matteotti (foto 5.1.1) si segnala subito per l’assiduità, per lo zelo puntiglioso con il quale si prepara – passa ore alla biblioteca della Camera (5.1.2) a documentarsi – e per la sorprendente capacità di lavoro. In quattro anni tiene oltre cento discorsi e interventi; fa parte di giunte e commissioni parlamentari permanenti – da quando queste sono istituite, nell’estate del 1920, è in quella Finanze e Tesoro – e promuove o sottoscrive numerose iniziative legislative.  Per il compagno di partito Giovanni Zibordi Matteotti rappresenta da subito «una “novità” che aveva qualcosa di anglosassone, in mezzo a un prevalente elemento di parlatori latini: quell’uomo aveva studiato e studiava». 

Il 1919 è un anno felice per Giacomo Matteotti, forse l’ultimo: la guerra è finita, è stato restituito agli affetti familiari che tanto gli erano mancati e può finalmente riprendere l’attività politica che gli riserva importanti successi, sia personali che per il Partito. Ma per l’Italia è un anno difficile, turbolento, per molti versi drammatico, tanto che per descrivere il clima di contrasti e di incertezze di quel conflittuale dopoguerra Pietro Nenni (5.1.3) conierà, anni dopo il termine Diciannovisimo (5.1.4).  In quell’anno, all’indomani della fine del conflitto cominciano a manifestarsi, in un clima di generale irrequietudine, istinti violenti, eversivi, anti-istituzionali che traggono fondamento proprio dall’esperienza bellica e dalla crescente insoddisfazione, morale e materiale, che si andava diffondendo.

Dopo tante speranze – e promesse non mantenute (5.1.5) – operai e contadini si trovano ancora più poveri e i ceti medi iniziano a sperimentare una nuova povertà. Il mancato conseguimento di un agognato benessere e la mancata annessione di tutte le «terre irredente» alimenta il mito della «vittoria mutilata» (5.1.6) che si somma un altro mito che suona per alcuni come una lusinga, per altri come una minaccia: la Rivoluzione russa dell’ottobre 1917 (5.1.7).

È diffusa insomma la percezione di vivere una transizione che segna l’esaurimento degli equilibri prebellici e proietta uomini e donne verso destini incerti, in un clima di crescente e rabbiosa inquietudine segnato dalla abitudine alla violenza acquisita nelle trincee. La classe politica liberale, che aveva trovato nel giolittismo la sua espressione più efficace e progressiva, si va nel tempo sfaldando, ancora inconsapevole che sta per lasciare il campo a una destra illiberale nazionalista che troverà in Gabriele D’Annunzio e, soprattutto, in Benito Mussolini la sua espressione più cruda e muscolare (5.1.8). Nel cuore del biennio rosso, nel quale lotte operaie e contadine hanno il loro culmine – e la loro conclusione – il 23 marzo del 1919, a Milano Benito Mussolini fonda i fasci di combattimento (5.1.9, 5.1.10). A settembre Gabriele D’Annunzio, guida i suoi legionari alla conquista di Fiume, dove fonda la Repubblica del Carnaro: un episodio di grottesca euforia per D’Annunzio e i suoi, di fatto un tentativo di colpo di Stato che sarà causa di profondo imbarazzo per il governo (5.1.11, 5.1.12).


2. Matteotti e la scuola: per un insegnamento “libero, poetico astratto”. Un’innovativa politica fiscale

Il 16 ottobre del 1919 (foto 5.2.1), dopo la pausa imposta dalla guerra, si tiene a Milano il Congresso dei Comuni Socialisti – il precedente Congresso delle amministrazioni comunali e provinciali socialiste si era tenuto a Bologna nel gennaio 1916 (5.2.2) – e Matteotti presenta una relazione sulla riforma dei tributi locali, ma interviene anche – e con grande determinazione – sulla politica scolastica, tema che era già stato al centro della sua esperienza di amministratore locale quando, prima della guerra, si era battuto per la lotta all’analfabetismo attraverso il miglioramento della scuola dell’obbligo, dell’edilizia scolastica, della formazione degli insegnanti (5.2.3). Al Congresso, dopo aver attaccato frontalmente il suo stesso gruppo dirigente («bisogna dire che i nostri compagni del Gruppo parlamentare per la scuola non hanno fatto niente: se ne sono sempre disinteressati») espone la sua idea di scuola e di formazione del cittadino che già aveva delineato negli anni precedenti e che andrà affinando nella futura esperienza parlamentare:

«Vogliamo noi veramente che la scuola sia una preparazione per l’officina, pel lavoro?  No, assolutamente; la scuola deve essere qualcosa per cui, almeno per quattro o cinque anni, la gente del popolo non pensi alla preparazione del lavoro manuale, impari qualche cosa che sia fuori del lavoro immediato, impari anche delle astrazioni. Non dobbiamo essere di quelli che vogliono la preparazione del ragazzo all’abilità tecnica. Vogliamo che questo insegnamento sia libero, poetico, astratto perché ne godano per una piccola parte di tempo e ne portino con sé il ricordo per qualche anno. Non vedo nemmeno la distinzione tra la formazione dell’uomo e la formazione del cittadino…».

L’idea innovativa di una scuola creativa che abbia come fine lo sviluppo della personalità del fanciullo è mutuata da Maria Montessori (5.2.4), della quale Matteotti aveva letto e apprezzato Il metodo della pedagogia scientifica applicato all’educazione infantile nelle case dei bambini, pubblicato nel 1909 (5.2.5).

Dalla tribuna milanese interviene anche sul tema delle «scuole socialiste di cultura e del teatro del popolo» e sollecita l’impegno per le biblioteche popolari, sulla base dell’esperienza già condotta con successo nei comuni del suo Polesine. Afferma:

«Il primo nucleo fondamentale dal quale può partire il piccolo Comune di campagna è la Biblioteca Popolare che si fonda con pochi mezzi […] dove possano accedervi i contadini, introducendovi riviste e giornali. In modo che questa biblioteca diventi prima il piccolo circolo di coltura e poi il Club politico naturale che li sottragga all’osteria».

Qualche mese prima, non ancora congedato, Matteotti aveva firmato su «La Lotta» Il programma dei clerico-popolari (5.2.6), articolo polemico che criticava la politica scolastica del Partito Popolare e denunciava le ripetute sollecitazioni dei cattolici a favore della scuola confessionale.  Di lì a poco segue una sua riflessione più articolata sull’istruzione superiore che appare su «Critica Sociale», a inizio di giugno, sotto il titolo Spunti universitarii (5.2.7). Quello dell’istruzione superiore e accademica è uno dei grandi temi che Matteotti affronta da parlamentare e su di esso si misurerà più volte negli anni seguenti alla Camera. Ora, sulle colonne della rivista di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, Matteotti documenta la natura elitaria e di classe del sistema nazionale dell’istruzione e con l’evidenza incontrovertibile dei numeri critica aspramente la rete di atenei nella quale predominano gli studi di giurisprudenza. Auspica che nascano università specializzate in aree disciplinari diverse grazie a una politica universitaria di più ampio coordinamento territoriale e propone che i corsi di laurea siano articolati in un triennio di base seguito da un biennio di specializzazione.

Ma non c’è solo l’istruzione nella proposta politica del giovane Matteotti. Tra marzo e aprile del 1919, in tre interventi scritti sempre per «Critica Sociale» sul tema de La questione tributaria (5.2.8), affronta un tema che gli è assai caro e nel quale è particolarmente ferrato: la materia fiscale. Matteotti la affronta con una trattazione di ampio respiro: parte da una ricognizione dell’andamento delle imposte durante la guerra e quindi tratteggia una riforma fiscale radicalmente alternativa a quella che sarà in quel periodo proposta da Filippo Meda (5.2.9), ministro delle Finanze nel governo guidato da Vittorio Emanuele Orlando (5.2.10). Nella sua analisi Matteotti pone particolare attenzione ai fattori produttivi – soprattutto il lavoro e la terra – all’equità e alla necessità di alzare il gettito fiscale per fornire adeguati servizi sociali e ripagare il debito contratto con la guerra. Nella sua visione politica la leva fiscale diventa lo strumento per riforme di struttura quali la collettivizzazione delle terre da assegnare alle cooperative di braccianti.  L’obiettivo è liberare lo sviluppo economico e il progresso sociale dalle catene del debito pubblico cresciuto con la guerra e dalla carenza di risorse per le amministrazioni, soprattutto periferiche. Matteotti propone in primo luogo un intervento fiscale straordinario, in linea con le proposte del movimento socialista europeo, per far fronte al debito bellico. Costruisce poi un sistema profondamente innovativo che si regge sul principio di sussidiarietà, basato sull’attribuzione ai comuni di una rilevante base imponibile per consentire alle amministrazioni di espandere il welfare locale: buona parte delle tasse raccolte dal territorio devono, insomma, rimanervi. La “riforma Matteotti” ha come epicentro l’“imposta complementare progressiva sui redditi”, con aliquota progressiva estesa a tutti i redditi (da lavoro, da capitale e da ricchezza mobile) e a base imponibile familiare. L’intera proposta è incentrata su due cardini: la necessità di adeguare il carico fiscale al reddito effettivo e la progressione delle tasse in relazione al reddito «progressivamente gravando sulle classi più ricche».


3. 1920: alla conquista del Comune e le prime battaglie parlamentari. Il riformismo e Rifare l’Italia di Turati

Le competenze economiche e la solida esperienza amministrativa di Giacomo Matteotti (foto 5.3.1) sono ormai ben note e apprezzate, al punto che il Partito Socialista gli affida il compito di scrivere una sorta di “guida” per gli amministratori locali che serva a formare una nuova classe dirigente in grado di applicare la buona politica al territorio per conquistarvi il consenso con l’efficacia e la trasparenza nella gestione del territorio. Il testo, che porta il titolo Alla conquista del Comune e l’eloquente sottotitolo Manuale per gli amministratori degli enti locali è pubblicato a Milano nel 1920 dalla società editrice Avanti! e si presenta come una «Volgarizzazione dell’ordinamento e funzionamento degli enti locali nell’ambito delle leggi vigenti» (5.3.2). È un testo corposo, di 235 pagine, che spazia dall’ordinamento amministrativo del Comune alla politica dei consumi, per chiudersi con considerazioni sulle politiche agrarie locali e sull’assistenza sanitaria. Nel testo, promosso e diffuso a cura della Lega dei Comuni Socialisti, Matteotti sostiene con particolare vigore le ragioni della sana gestione del bene pubblico e di una efficiente politica dei servizi in ambito locale perché, sostiene, «l’amministrazione locale è la fucina della democrazia» (5.3.3). 

Pur continuando a occuparsi di politiche locali, Giacomo Matteotti è tuttavia molto assorbito dall’attività parlamentare. A Roma, alla Camera, si distingue per i primi interventi in aula. Il 28 marzo del 1920 a Montecitorio si discute la fiducia al governo Nitti (5.3.4), che punta a mettere insieme una maggioranza per poi disegnare un programma. I socialisti hanno già deciso di non sostenere questo governo quando Matteotti interviene polemicamente in aula, spesso interrotto dallo stesso Nitti e da Giolitti. Ai solidi argomenti politici, conditi con una puntuale analisi delle cifre, accompagna anche l’ironia. In merito alla strategia di Nitti, che cerca di unire una maggioranza senza programma, afferma: «Codesta teoria e codesta tradizione sono conformi alla teoria di quel costruttore di cannoni, che voleva prendere un buco e poi metterci attorno il bronzo» (5.3.5).

Il 26 giugno Matteotti è nuovamente eletto nel consiglio provinciale di Rovigo, ma già il giorno successivo è in aula, a Montecitorio (5.3.6), dove fronteggia il nuovo presidente del consiglio Giovanni Giolitti (5.3.7), ormai ottantenne e al suo ultimo mandato dopo il fallimento di Nitti. Matteotti denuncia in lui la vecchia politica, inadeguata a gestire i fermenti che attraversano il Paese e a dare risposte soddisfacenti al fermento sociale. Siamo nella fase calda del biennio rosso, si avvertono tensioni che potrebbero esplodere in una rivoluzione: «Ma è a voi costituzionali che incombe in questo momento l’obbligo di conservare l’ultimo rimasuglio del Parlamento, l’ultima prerogativa costituzionale, che può difendere il vostro regime dall’assalto finale della piazza».

Il 22 novembre 1920 Matteotti tiene a Montecitorio un discorso molto lungo sul tema della scuola e contro Benedetto Croce (5.3.8), il filosofo napoletano divenuto ministro della Pubblica istruzione. La sua politica scolastica si sta rivelando elitaria e inefficace. Già il precedente Giacomo 8 agosto aveva denunciato il vergognoso stato di abbandono in cui versava allora l’istruzione elementare: «In questo anno 1920 fa pietà domandare la istituzione di scuole elementari, fa pietà affermare che vi siano riuniti in alcune classi più di 150 alunni con un solo maestro».  

A novembre torna a chiedere con veemenza «istruzione a qualunque costo» poiché «lo stato dell’istruzione elementare in Italia è semplicemente vergognoso».  Ancora una volta il filosofo è il suo bersaglio: «Invece di fare qualcosa, il ministro non fa nulla. Voi non pensate a niente, voi studiate i problemi dell’altro mondo, onorevole Croce, voi state speculando filosoficamente sulle nuvole».

Nella costante attenzione ai problemi della scuola c’è tutta la passione civile di Matteotti, che si alimenta della convinzione che non si c’è progresso civile e sociale per i lavoratori senza la loro elevazione spirituale, senza una cultura che consenta di esercitare appieno i diritti di cittadinanza. È, il suo, un umanesimo socialista e gradualista (raggiungere un obiettivo per gradi, per passaggi successivi), che rifugge l’idea che il riscatto del popolo possa realizzarsi con un’esplosione di violenza o con l’instaurazione della dittatura del proletariato. Le idee politiche di Matteotti traggono alimento da una tradizione politica che ha il suo massimo teorico in Filippo Turati (5.3.9). Proprio a Turati si deve lo storico discorso tenuto alla Camera il 26 giugno del 1920, Rifare l’Italia (5.3.10), che è riconosciuto come il manifesto programmatico del socialismo riformista italiano. In esso spicca il richiamo alla funzione nazionale del socialismo che viene concepito non solo quale strategia di difesa e di organizzazione del proletariato ma quale forza di governo in grado di imprimere una svolta modernizzatrice al Paese.Minoritaria nel partito e nelle federazioni locali, l’ala riformista è maggioritaria in Parlamento e non è cosa da poco: Turati guida un Gruppo parlamentare (5.3.11) che ha in Menè (Giuseppe Emanuele) Modigliani (5.3.12), Claudio Treves (5.3.13) e Giacomo Matteotti le punte più brillanti.


4. Il Concordato Parini-Matteotti e le elezioni amministrative dell’ottobre 1920: il Polesine è rosso

L’affermazione del socialismo riformista si accompagna, già dagli albori del Novecento, alla crescita progressiva del movimento sindacale, delle leghe contadine e della cooperazione, sia di produzione che di consumo. La Confederazione Generale del Lavoro viene fondata nel 1906 a Milano (foto 5.4.1) su iniziativa delle Camere del Lavoro, delle Leghe di resistenza e di 700 sindacati locali e subito conta 250.000 iscritti. L’avanguardia operaia della Fiom (Federazione italiana operai metallurgici) (5.4.2) di Bruno Buozzi (5.4.3) è solidamente ancorata al riformismo e fedele a tale linea sarà, negli anni a venire, la CGdL guidata da D’Aragona (5.4.4) e Baldesi.

L’universo associativo espresso dai lavoratori si afferma anche attraverso le organizzazioni economiche della cooperazione. Nel 1902 le società cooperative censite sono 2.823, con mezzo milione di soci. Nel 1914 raggiungono il milione, un numero già molto ingente, ma che raddoppierà nell’immediato primo dopoguerra, in una stagione di conquiste e di scontri: alla fine nel 1920 il capitale azionario delle società aderenti alla Lega si aggira intorno ai 600 milioni di lire con un movimento di affari intorno al miliardo e mezzo (5.4.5, 5.4.6).

Non è soltanto la città, con il mondo della fabbrica e lo sviluppo dei servizi, a costituire il naturale lievito di tanto fermento: la mobilitazione tocca anche le campagne, a partire dal Polesine di Giacomo Matteotti, dove le Leghe contadine vedono una crescita esponenziale dall’ultimo scorcio dell’Ottocento ai decenni successivi. Aderiscono alle Leghe in primo luogo i braccianti, ma segue presto la sindacalizzazione anche dei mezzadri, degli «obbligati» e dei piccoli proprietari grazie anche a dirigenti e organizzatori sindacali di assoluto valore come Aldo Parini e lo stesso Matteotti. Ma è soprattutto una donna, Argentina Bonetti Altobelli (5.4.7) – anche lei solidamente legata alla strategia gradualista – a fare di Federterra (5.4.8) la più grande rappresentanza sindacale agricola che giunge, nel 1920, a sfiorare il milione di iscritti.

È in questo contesto che Giacomo Matteotti conduce con Aldo Parini, nella primavera del 1920, un negoziato con i grandi proprietari terrieri del Polesine, riuniti dell’Agraria (Confederazione nazionale dell’agricoltura, o Confagricoltura) (5.4.9), per ottenere un significativo miglioramento delle condizioni di vita dei contadini della sua terra (5.4.10). È il cosiddetto Concordato Parini-Matteotti, un accordo provinciale per regolare i rapporti tra gli agrari e le leghe basato sul riconoscimento degli uffici di collocamento di classe (ovvero le Camere del lavoro e le Leghe) e del cosiddetto «imponibile di manodopera», ossia l’obbligo da parte padronale di occupare stabilmente almeno un lavoratore ogni 5 ettari e mezzo di terreno posseduto. L’intesa, che prevedeva anche significativi miglioramenti salariali, è siglata a primavera e rappresenta un grosso successo dal punto di vista sindacale. È necessario l’intervento del governo per superare lo stallo nato sull’imponibile di manodopera: la trattativa è trasferita a Roma dove la Camera del Lavoro di Rovigo è rappresentata da Argentina Altobelli che firma l’accordo di massima il 18 marzo 1920. A metà giugno il Concordato è ormai operativo in tutta la provincia di Rovigo. 
È un boccone duro da digerire per l’Agraria, ma è un grande successo sindacale che mette le ali ai socialisti in vista delle elezioni amministrative che si tengono a ottobre. Tutto lascia intendere, sull’onda della straordinaria affermazione delle elezioni politiche dell’anno precedente, che i socialisti polesani incasseranno anche questa volta un successo (5.4.11, 5.4.12, 5.4.12.1, 5.4.13). Più che un successo, tuttavia, l’affermazione sancita dalle urne è un vero e proprio trionfo. Tutti e 63 i comuni nei quali si vota eleggono sindaci e giunte socialiste; al Consiglio provinciale di Rovigo il PSI ottiene 36 seggi su 40, gli altri quattro vanno ai popolari. Il Polesine è, ancora, la terra più “rossa” d’Italia, e Giacomo Matteotti ne è il leader indiscusso (5.4.14).


5. La reazione dell’Agraria. Il 1920 si chiude nel sangue: è il passaggio dal biennio rosso al biennio nero

Poche settimane prima – dopo una lunga stagione di scioperi, manifestazioni e rivendicazioni – il biennio rosso aveva toccato il culmine, e imboccato l’inizio del declino, con la stagione nell’occupazione delle fabbriche del Nord (foto 5.5.1, 5.5.2, 5.5.3). Il capitale e la grande industria preparano la controffensiva utilizzando le squadre fasciste per reprimere la rivendicazione operaia. Nelle campagne, l’Agraria arruola bande di squadristi e organizza spedizioni punitive e aggressioni che hanno come bersaglio le leghe contadine e le camere del lavoro. Il territorio sul quale questa campagna paramilitare si sperimenta e si consolida è proprio il Polesine: la terra nella quale i socialisti sono più forti, insieme alla vicina Emilia, sarà quella sulla quale si affineranno un metodo repressivo e una strategia criminale che saranno poi estesi a tutta l’Italia.  Matteotti è testimone di questa ondata di violenza che prima minaccia e poi smembra le organizzazioni socialiste sul suo territorio: è il «sistema Polesine», che di lì a poco denuncerà alla Camera in un epico, durissimo discorso. 

Laddove ha fatto registrare il più significativo successo per i socialisti il voto amministrativo di ottobre viene contestato sistematicamente e le «squadre d’azione» fasciste (5.5.4) vanno all’assalto nei comuni “rossi”, impediscono insediamento delle nuove amministrazioni, sovvertono con una violenza devastante il voto popolare.  Il governo di Giolitti e le forze dell’ordine non ostacolano l’onda montante della violenza squadrista. A volte guardano dall’altra parte, a volte la incoraggiano, come viene attestato dalle documentate denunce di Matteotti sulla stampa, nelle tribune, in Parlamento.

Abbiamo lasciato Matteotti alla Camera mentre denuncia con veemenza, il 22 novembre, lo stato miserevole dell’istruzione in Italia. Quella seduta termina in modo drammatico e sarà ricordata per il contemporaneo annuncio di ben 7 interrogazioni sui fatti avvenuti il giorno prima a Bologna. I giornali avevano già dato notizia della strage, ma col passare delle ore la dimensione dei fatti di sangue e il dilagare della violenza fascista divengono sempre più chiari in tutta la sua loro valenza civile e politica. La strage di Palazzo d’Accursio (5.5.5), avvenuta il 21 novembre 1920 a Bologna, è uno dei primi e più gravi episodi di violenza squadristica che si scatenano in Piazza Maggiore: i fascisti attaccano in massa la folla riunita in occasione dell’insediamento della nuova giunta comunale presieduta dal socialista Enio Gnudi. Gli scontri causano la morte di 10 socialisti e del consigliere comunale liberale Giulio Giordani, oltre che oltre al ferimento di circa 60 persone (5.5.6).

All’egemonia politica dei socialisti si contrappone, e poi si sovrappone, l’offensiva squadrista (5.5.7). L’assalto dei fascisti si replica poche settimane più tardi a Ferrara in quello che sarà ricordato come l’ecidio di Castello Estense (5.5.8).  Gli scontri iniziano il 20 dicembre 2020, al culmine di una lunga serie di violenze intimidazioni, e fanno registrare sei morti, due socialisti e quattro fascisti, oltre a numerosi feriti (5.5.9). Le violenze avranno seguito nel successivo gennaio, coinvolgendo lo stesso Matteotti.

Il 1920 si chiude tragicamente anche a Fiume. A seguito del trattato di Rapallo, la Regia Marina interviene contro D’Annunzio e i suoi Legionari e, dal 24 dicembre, l’Andrea Doria cannoneggia Fiume. In quello che viene ricordato come il «Natale di sangue» (5.5.10) l’avventura del Vate termina lasciando sul terreno oltre 30 morti 60 feriti, anche civili, e 25 morti tra le truppe regolari (5.5.11).
Questa striscia di sangue segna il passaggio dal biennio rosso al biennio nero. È questa la realtà con la quale dovranno confrontarsi e scontrarsi i socialisti e Giacomo Matteotti (5.5.12, 5.5.13).